Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 17 marzo 2013

Ana Mendieta
Prendi il tuo corpo e trasformalo in opera

di Achille Bonito Oliva

TORINO Un'impressionate carrellata per lo sguardo. Così si presenta la Manica Lunga del Castello di Rivoli che accoglie la prima grande antologica europea di Ana Mendieta, l'artista nata nel 1948 all'Avana e morta nel 1985 tragicamente a New York.
La mostra (a cura di Beatrice Merz e Olga Gambari, fino al 5 maggio) mette in scena l'esplorazione identitaria di un'artista che ha fatto del corpo il campo privilegiato e sofferente, fertile e sensibile di ogni sua ricerca. Il principio che regge tutta l'opera è quello della metamorfosi, un movimento incessante e circolare tra il soggetto e la madre terra, eros e tanathos, ritualità e gesto quotidiano, liturgia e misticismo. Tra land art e body art l'artista assorbe tutte le suggestioni provenienti dall'afro-paganesimo cubano, la spiritualità crudele dei Maya, l'esotismo della letteratura di Octavio Paz e il misticismo di Carlos Castaneda.
La libertà espressiva della Mendieta è frutto anche della familiarità col gruppo Fluxus, dovuta al suo maestro Hans Breder.
Qui tutto è possibile, dalla performance all'installazione, dalla fotografia al videotape, ogni materiale è legittimo: terra, fango, piume, fiori, foglie, cenere, polvere da sparo, rami, alberi, conchiglie, erba, ghiaccio.
Emerge in maniera esaltante ed esaltata una dolorosa coesistenza delle differenze, la conflittualità attiva tra diverse culture lontanissime nel tempo e nello spazio, dal vodoo al femminismo, la ripresa di uno spirito paleolitico versus quello industriale. Arcaica e moderna, la Mendieta esibisce il corpo in rituali che conservano una radicalità primitiva ed una attualità espressiva. Scorrono sotto i nostri occhi lunghe sequenze di immagini che riproducono azioni come Dead of a chicken 1972, esibizione di un'antica ritualità: l'artista nuda fa scorrere sul proprio pube il sangue di un pollo da lei ucciso. La vita e la morte si intrecciano. Al centro l'esplorazione inquieta e volutamente esplicita, la ricerca di un'identità che anela accoglienza e nello stesso tempo conferma un estraniamento che niente può lenire. Al contrario, non vuole riprodurre modelli di bellezza e nemmeno sviluppare un'immagine cosmetica del suo corpo. Così in Glass on body imprints del 1972, si fa beffa di ogni visione simmetrica del proprio volto, imprimendolo su una lastra di vetro e, comprimendolo in una sorta di anamorfosi finale.
Ma non tutto è beffa o allegria.
La vita bussa alla porta nella biografia dell'artista e la fa testimone di uno stupro con assassinio in un campus universitario dell'Iowa. L'artista produce allora Rap scene del 1973. Uno shock inaspettato ed inscenato dalla Mendieta distesa e ricoperta di sangue: l'offerta di una visione cruenta nel proprio appartamento per un ignaro numero ristretto di ospiti. Forte è l'aberrazione di Ana per il sangue e la violenza, fortissima è l'attrazione per un principio di metamorfosi capace di rigenerazione, ritorno alla madre terra e l'abbraccio con la natura. Emerge la continua ricerca di un altrove, di una condizione più completa e naturalmente irraggiungibile. Così la Mendieta ricopre il suo corpo di elementi floreali come in Tree of life del 1976 o si esibisce in una trasformazione in uccello ricoperto di piume con la brutale esibizione della propria vagina.(Bird transformation del 1972).
Emerge sempre un valore rituale dell'opera, l'esercizio di un ruolo intenzionale di Mater dolorosa, responsabile di un destino personale che travalicai trend linguistici dell'epoca confrontandosi col primato della pittura degli anni Ottanta. Come si desume in Siluetas (1973-1980) in cui realizza delle continue full immersion nella natura cospargendo il proprio corpo di terra, erba, sabbia, muschio, corteccia. Emerge negli ultimi anni della sua vita, fino al tragico e misterioso volo dall'appartamento newyorkese che condivideva con il marito Carl Andre, l'affermazione di un'arte salvifica che va oltre l'atteggiamento protestatario del femminismo anni Settanta. In Totem Grove sembra cercare riparo nella materia - madre della natura imprimendo la propria silhouette su tronchi e realizzando le sue Sculturas rupestres nelle vicinanze della sua amata Avana. Oppure, in Silueta works in Messico, profetizzare la propria scomparsa attraverso la composizione di una sacra sindone col proprio corpo insanguinato. Corpo mistico è quello dell'artista, di Ana Mendieta.