Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da Il manifesto del 26 ottobre 2010

Il Giappone appeso a un filo

di Manuela De Leonardis


Incontro con l'artista Kazuko Miyamoto, che espone presso la galleria Alessandra Bonomo nell'ambito di «Risonanze» del Festival internazionale del cinema di Roma. Emigrata a New York, assistente storica di Sol Lewitt, presenta un lavoro sulla condizione femminile. «Ho sempre rifiutato la tradizione del mio paese che implicava per le donne un'impossibilità di evoluzione»
Kazuko Miyamoto (Tokyo 1942, vive a New York) indossa il kappogi di cotone a fiorellini - una sorta di grembiule usato in Giappone per proteggere il kimono - sopra il pullover a rombi, jeans e scarpe da ginnastica, mentre lavora all'allestimento della sua prima mostra romana (in Italia ha esposto più volte nella storica galleria Bonomo di Bari), organizzata nell'ambito di «Risonanze» del Festival Internazionale del Film di Roma (fino al 23 novembre).
Lo spazio della galleria Alessandra Bonomo, in questa fase, sembra essersi trasformato nello studio dell'artista. Kazuko è arrivata a Roma quindici giorni fa e trascorre intere giornate in via del Gesù, con un sottofondo di musica jazz, supportata da un team tutto al femminile di assistenti. Con loro è andata in un parco pubblico a Centocelle, per raccogliere i rami utilizzati per le due installazioni naturali che evocano le pennellate dell'arte calligrafica. È in corso d'opera l'installazione con chiodi e fili Dancing around the archway to the cellar (la stessa realizzata nel 2009 per la Gallery 128 di New York), mentre un tappeto di disegni, gouache e fotografie attende la scelta definitiva. Probabilmente quelle sue interpretazioni di kimono - installazioni sospese di corda fatta con la carta e tinta con procedimenti naturali - non saranno esposte, ma è già al suo posto il grande collage Miss Broome and Miss Christie (1982), realizzato con carta industriale coperta da un fitto strato di carbone, su cui sono incollati ritagli di fotografie in bianco e nero.
La fotografia è sempre stata una passione per lei, tanto che nel suo studio non è mai mancata la camera oscura. «È un lavoro sulla condizione della donna - spiega Kazuko Miyamoto - in cui c'è il contrasto tra il fondo scuro con le stelle, che rimanda alla notte e quelle donne, due prostitute che ho fotografato mentre lavoravano alla luce del giorno in Lower East Side». L'artista è particolarmente legata a quest'opera, nata dall'incontro di eventi personali. «Ero in Austria, durante l'equinozio estivo, insieme al padre di Eizan, mio figlio, e avevamo fatto un falò - spiega - Il giorno dopo, vedendo quei pezzi di carbone, mi è venuta l'idea di utilizzarli. In qualche modo, era una riscoperta di un'arte antica, quella del disegno con il carboncino, ma anche dell'atto del truccarsi. Ricordo, infatti, che mia madre si truccava gli occhi con il carbone. L'opera è un riflessione sulla mia scelta personale di non avere una famiglia in senso tradizionale e, nello stesso tempo, sulla condizione delle prostitute che, probabilmente, è ancora più difficile della mia».
Nelle sue opere c'è sempre un riferimento alla sua cultura d'origine, sia dal punto di vista estetico che nella scelta di tecniche e materiali...
Sono nata in Giappone e, malgrado sia andata via quando ero molto giovane, ho avuto un rapporto molto forte con la tradizione, che per me è impersonificata dai miei nonni. Questa cultura è quella che mi ha formato. È anche vero che, benché la cultura giapponese sia molto legata alla tradizione, ha guardato altrove, soprattutto all'occidente. Pensando, comunque, a quello che sono ora, trovo meraviglioso e strano il fatto che la cultura nipponica torni costantemente nella mia mente in modo molto naturale. Dal momento in cui ho concepito mio figlio, però, è diventata ancora più forte la connessione con la natura.
Cosa l'ha spinta, nel 1964, a lasciare il Giappone per trasferirsi a New York?
La tradizione mi ha sempre limitata. Non riuscivo ad accettare quella che all'epoca, oggi mi sembra leggermente cambiata, era la condizione della donna in Giappone, che implicava un ruolo che non mi andava bene come il matrimonio, l'impossibilità di evoluzione e indipendenza. Parlando con alcune persone che erano state a New York ho capito la mia necessità di aprirmi verso l'esterno.
L'incontro con Sol LeWitt, di cui è stata assistente dal 1969 fino alla sua morte, nel 2007, è stato particolarmente significativo. Qual è stata la lezione del padre dell'arte concettuale, teorizzatore del pensiero secondo cui «l'arte è l'idea»?
Non condivido l'idea di base di Sol LeWitt, ossia chiunque possiede la tecnica può lavorare. Quello che, invece, amavo molto era il suo concetto di spazio. Lui mi ha insegnato a non limitarmi al piccolo, ma a pensare in grande, a uno spazio che poteva comprendere qualsiasi cosa potessi immaginare. Fin dall'inizio, mi colpì molto la sua sensibilità.
Il modo in cui l'ho conosciuto è stato abbastanza strano, perché vidi un suo lavoro e il giorno dopo mi trasferii a Hester Street, in Lower East Side. Non sapevo che in quel palazzo vivesse anche lui. Suonò l'allarme antincendio e dovemmo evacuare l'edificio, ritrovandoci tutti fuori. Lì incontrai Sol che, appena mi vide, mi chiese se volessi lavorare per lui. Era un artista che si lasciava guidare dalle sensazioni. Io risposi di sì, naturalmente. La ragazza di Sol, poi, aggiunse che lui pagava bene i suoi assistenti. Motivo in più per accettare, anche perché all'epoca lavoravo in una falegnameria, così non mi sarei dovuta spostare dal luogo in cui abitavo e avrei avuto un guadagno migliore.
Conosciuta per le sue opere concettuali e minimaliste, fin dall'inizio del suo percorso realizzava opere «effimere» con chiodi e filo. Il filo rimanda alla pratica del cucito, della tessitura, che appartiene alla sfera femminile, sia in oriente che in occidente?
Il filo è uno strumento universale che, per me, non ha niente a che vedere con il genere maschile o femminile. Ritengo, piuttosto, che sia connesso con gli albori dell'umanità. L'idea di utilizzarlo nelle mie opere mi venne quando, realizzando per Sol Lewitt un wall drawing che doveva essere composto di cerchi concentrici, per tracciarli usai un chiodo, un lungo filo e una matita. Mi basta avere solo questi tre elementi e posso andare avanti creando disegni su disegni. È un procedimento a metà strada tra la pratica di meditazione e una sorta di tecnica da macchina industriale.
Dal 1995 nel suo linguaggio c'è anche il riferimento alla danza...
Nel '95 feci la mia prima performance con l'American Dance Company a New York. Ma in Giappone, durante la mia educazione, avevo studiato danza tradizionale. È strano come a distanza di anni - e in un altro luogo geografico - siano riaffiorate in modo molto naturale componenti della mia cultura d'origine, anche se praticando una danza molto diversa. Ho combinato quella performance con delle installazioni che avevano come sottofondo musica jazz, che amo moltissimo. Mi piace ascoltare soprattutto free jazz.
Quanto è importante nel progetto la scelta di una tecnica e di un materiale specifico? Il disegno rimane, comunque, il suo medium privilegiato?
Mi piacciono i materiali facilmente reperibili ed economici, naturali o industriali. Quanto al disegno, trovo che sia un esercizio irrinunciabile ed è anche una sorta di meditazione. Sicuramente è il medium che mi lascia esprimere meglio il mio universo concettuale.
Dal '72 è membro di A.I.R. Gallery con sede a Brooklyn, la prima galleria non-profit di vocazione internazionale dedicata alle artiste, di cui hanno fatto parte anche Ana Mendieta e Nancy Spero. Che tipo di urgenza si avvertiva in quegli anni?
Ora è a Brooklyn, ma all'epoca si trovava a SoHo. L'acronimo A.I.R. sta per «Artists in Residence», perché quando dalla fine degli anni '60 gli artisti cominciarono a occupare gli ex edifici industriali del quartiere, dovevano esporre esternamente una targa che specificasse che erano artisti in residenza. Il problema allora era che le donne avevano grandi difficoltà a esporre i propri lavori, perché quel mondo era tradizionalmente maschile. Questa è la ragione per cui è nata la cooperativa femminile.
Dal 1986 è direttrice artistica della Gallery OneTwentyEght a New York. In che modo dialogano i due diversi ruoli di artista e direttrice?
Sono in realtà molto connessi. È sempre arte. La loro coesistenza fa parte del mio concetto di tempo.
Progetti futuri?
Vorrei vedere più di questo pianeta, luoghi differenti, modi di vivere e culture diverse. Facendo anche esperienza della sofferenza degli altri, che penso sia un'esperienza importante. Mi piacerebbe andare in Africa, Russia, Sudamerica... Ma non è possibile fare tutto. Dal punto di vista artistico, vorrei sconfinare maggiormente dal disegno all'installazione, danza, musica. Mi piacerebbe anche fare cinema. Sono molto curiosa verso tutto ciò che è creativo.