Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Repubblica del 23 agosto 2015

Mona Hatoum
Mappe geografiche per orientarsi alla fine del mondo

di Fabio Gambaro

Duemiladuecento blocchi di sapone all'olio d'oliva fabbricati a Nablus, vicino a Gerusalemme, per comporre una grande mappa di quei territori occupati che Israele avrebbe dovuto restituire ai palestinesi con gli accordi di Oslo del 1993. È Presente Tense, la prima opera in cui s'imbatte il visitatore, varcando l'ingresso della bella mostra con cui il Centre Pompidou celebra Mona Hatoum, una delle protagoniste più significative della scena artistica internazionale. L'affascinante istallazione densa di valenze poetico- politiche riassume benissimo tutta l'intelligenza e la sensibilità dell'artista anglo-palestinese che, dopo essersi fatta conoscere con le performance e i video realizzati negli anni Ottanta, ha progressivamente arricchito la sua ricerca di nuove prospettive, a cominciare dalla sempre più marcata volontà di confrontarsi con le contraddizioni e le ingiustizie del mondo contemporaneo.

Una scelta che probabilmente nasce anche dall'esperienza biografica, giacché l'artista nata a Beirut nel 1952 ha poi vissuto a Londra a causa delle guerre che hanno sconvolto la sua terra d'origine. Da allora Mona Hatoum ha conosciuto l'esilio e l'erranza nel mondo, trasferendo poi tale esperienza capitale nelle sue opere intense e spiazzanti.

L'esposizione parigina curata da Christine Van Assche e aperta fino al 28 settembre, più che una semplice retrospettiva, vuole essere una cartografia dei molteplici ambiti di ricerca di un'artista che, nel corso di trent'anni di sperimentazioni, ha saputo confrontasi con tecniche, materiali e modalità diverse, dalla videoarte alla scultura, dalla pittura alle installazioni, dal disegno alla foto. Il risultato è un percorso appassionante, che evitando la semplice prospettiva cronologica, mette in luce le linee di fondo e le risonanze che collegano le opere, sottolineandone temi e motivi ricorrenti, come ad esempio le mappe, il corpo o la trasformazione degli utensili quotidiani.

Quello che emerge è un universo di contrasti sorprendenti dove la materia entra spesso in conflitto con gli oggetti a cui da forma. È il caso di Impenetrable – omaggio indiretto ai "Penetrabili" de Jésus Rafael Soto - dove le linee esili e leggere che compongono la struttura cubica sospesa a mezz'aria altro non sono che pezzi di filo spinato. Lo stesso vale per le bombe e le granate fatte in vetro di Murano che costituiscono Natura morta (medical cabinet) , un'opera del 2012 dove la sensualità delle forme assume connotazioni inquietanti e pericolose. Le minacce di un mondo sempre pronto a sprigionare violenza e a trasformarsi in prigione costituiscono la trama di installazioni come Cellules o Light Sentence , i cui delicati giochi di luci e ombre in perpetuo movimento nascono da un universo di gabbie di ferro. In questa prospettiva, perfino i sogni di pace e d'innocenza finiscono per diventare inquietanti, come in Silence , dove una culla si trasforma in un fantasma asettico avvolto in una luce abbagliante. Al centro della mostra parigina troneggia una nuova versione della spettacolare istallazione intitolata Map ( clear) , costituita da una vasta mappa del mondo fatta di biglie di vetro dai riflessi cangianti che giace in equilibrio instabile e costantemente minacciato dalle vibrazioni prodotte dai passi dei visitatori. Sullo sfondo, i tetti di Parigi dietro le grandi vetrate del Centre Pompidou offrono un contesto che arricchisce di nuove risonanze questa metafora del carattere effimero e precario di una realtà sempre a rischio di disfacimento. La preoccupazione per un mondo sconvolto da violenze e tensioni – e naturalmente non si tratta solo della Palestina – ritorna in molte delle opere di Mona Hatoum, come ad esempio

Sempre mossa da un bisogno di demistificazione critica degli stereotipi, l'artista invita l'osservatore a riflettere sull'importanza dei punti di vista che possono alterare la nostra percezione della realtà. Ne è un esempio Bukhara (red and white) , un tappeto di lana che, per rappresentare in maniera più corretta le masse geografiche del pianeta, sfrutta la proiezione di Peters invece di quella Mercatore, restituendo così al sud del mondo il giusto peso simbolico.

Grazie a una poetica che - oltre a dialogare a distanza con il surrealismo e Rimbaud, ma anche con Piero Manzoni, ad esempio attraverso Le socle du monde- mescola astrazione e realismo, trasgressione e spettacolarità, le opere dell'artista anglo-palestinese propongono un'esperienza complessa che, oltre ad essere poetica e politica, è anche sensuale e materiale, suscitando sentimenti contraddittori, «attrazione e seduzione da un lato, aggressione e repulsione dall'altro», come scrive la curatrice nel catalogo della mostra ( Mona Hatoum , Centre Pompidou, p.193, 34,50 euro). Non manca poi l'ironia che si prende gioco dei canoni e delle regole, come nella famosa immagine di Over My Dead Body del 1988. Ironia che per Mona Hatoum è una delle possibili risposte da dare a un mondo avariato dove si può più stare ad aspettare. Come per altro recita senza mezzi termini Waiting Is Forbidden del 2006.