Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da D-La Repubblica delle donne del 19 settembre 2009

E Nathalie si mangiò il lupo
Il suo destino ricorda quello di Cenerentola anche se, con i suoi pupazzi erotici e tresgressivi, Djurberg è più vicina a Cappuccetto Rosso

di Barbara Casavecchia

E se, per una volta, fosse Cappuccetto Rosso a mangiarsi il lupo cattivo, con cacciatore e nonna per contorno? "Ogni tanto bisogna avere il coraggio di infrangere qualche regola" dice Nathalie Djurberg. Dietro il profilo delicato, i capelli biondo grano, i modi timidi e gentili, l'artista svedese (è nata a Lysekil nel '79) nasconde una tempra d'acciaio: quando i suoi studi all'accademia di Malmö sembravano giunti a un punto morto, si è dedicata alla boxe. Nel '99 ha deciso di riversare l'immaginazione sfrenata, candida ma senza pudori come quella infantile, in animazioni in plastilina farcite di black humour. Da allora mette in scena umani e animali alle prese con il lato più feroce e istintivo, esplorando paure, trasgressioni e fantasie erotiche degne dei racconti di Anaïs Nin. Che in La casa dell'incesto, scriveva: "I mondi che ci fabbrichiamo sono così pieni di mostri...".
A rafforzare l'incanto, le colonne sonore elettroniche di Hans Berg, con cui Djurberg vive e collabora a Berlino, dal 2004. L'estate ha coperto l'artista di allori. In agosto ha occupato il Prada Transformer di Seul con Turn into Me, mostra con cui ha esordito l'anno scorso alla sede milanese della Fondazione. Prima ancora, in giugno, i fiori carnosi e onirici, immersi nel buio, della sua installazione hanno conquistato la giuria della Biennale di Venezia, che l'ha inconorata con il Leone d'argento come la più promettente giovane artista di Fare mondi.
Durante la premiazione, hai baciato Giorgio Napolitano come un nonno. Un minuto dopo, ringraziavi tua madre per aver pulito e cucinato nei mesi in cui eri al lavoro. Un quadretto familiare poco aderente all'ideale glam della giovane artista di grido. Il successo non ti ha fatto cambiare?
"No, casomai ha acceso i miei sensi di colpa luterani. Di diverso, c'è che ci siamo permessi un appartamento un po' più grande. Prima vivevamo in un bilocale minuscolo: una stanza era il mio studio, l'altra faceva da sala prova per Hans, oltre che da soggiorno e camera da letto. La cucina era adibita anche a biblioteca, magazzino e stanza per gli ospiti, mia madre ha dormito lì per settimane, mentre io lavoravo. Dopo Venezia, Hans ha deciso che era ora di traslocare e ha scritto un nuovo decalogo di regole, tipo: "Vietato riempire il bagno di sculture". Oppure: "Obbligatorio uscire e vedere gente".
Quand'eri piccola, tua madre modellava i burattini di un teatrino che portava in giro per Göteborg.
"Sì, per arrotondare. La vita può essere cattiva, quando siamo nati io e mio fratello, ha dovuto lasciare un'ottima scuola di cinema per fare l'insegnante. Poi è arrivato il mio patrigno e altri tre fratelli e ha smesso del tutto. Devo una parte della mia creatività alla sua e al modo in cui ci ha cresciuti: pochi soldi, niente tv, molti disegni. Ma il resto devi farlo da sola. Devi diventare più grande dei tuoi genitori e tirare dritto".
Sembrano cresciuti anche i tuoi personaggi. All'inizio, le protagoniste erano pin up, adesso usi corpi eccessivi e grotteschi, ma anche più maturi.
"E' vero. Prima vedevo i pupazzi come un modo per resistere all'obbligo di crescere. Ma i primi lavori mostrano anche il terrore speculare, quello che non sarei mai cresciuta. E' stato uno shock capire che il giorno in cui puoi dire: "Adesso mi comporto da adulto" probabilmente non arriverà mai.
Hai usato i film per vincere le tue ossessioni adolescenziali?
"Per le anomazioni, devi recitare tutto da sola: carnefice, vittima, complice. E' un buon modo di autoanalisi. Le prime figure mi servivano a identificarmi con qualcun altro: una donna bellissima, come non mi sentivo. Se fossi stata bella, sarei stata diversa? Si giudica sempre dall'aspetto, in prima battuta: è perciò che mi diverto a far apparire turpi nell'animo alcuni pupazzi molto sexy.
Allora è quasi un contrappasso che tu sia stata adottata dalla moda...
"Sì, è buffo: può ispirarmi in senso pittorico, ma non rieso a considerarla importante. I bei vestiti sono ok, però io continuo a lavorare in pantaloni da jogging e vecchie T-shirt. La mania dell'aspetto può impedirti di vedere persone che, dentro, sono fantastiche. E' un cliché, lo so, ma vero".
Anche nel tuo lavoro, interno e esterno dei personaggi sono intercambiabili: i corpi si disfano, cannibalizzati, rivoltati come guanti. Fanno pensare a certi sogni dove è tutto possibile.
"E' così, anche se sono convinta che l'abitudine a guardare film e clip finisca per dare un "montaggio" anche alle fantasie notturne. Nei sogni, un'immagine innesca una sequenza imprevedibile di eventi, senza struttura narrativa, ma che rivelano qualcosa d'importante che non vedevi. E' così anche il mio modo di lavorare: preferisco avere un'idea vaga, lasciare che si sviluppi da sé".
Adesso che hai più sicurezze, i sogni che fai sono cambiati?
"Se sono stanca, ne faccio di noiosissimi. In questo periodo, in cui mi sembra di non fare abbastanza, sogno arte tutte le notti, ed è teribile. E' fantastico vincere un premio, ricevere tutta quell'attenzione, ma per me il modo migliore di lavorare è ancora chiudremi nel mio studio da sola, tutte le mattine, che ci sia una mostra in vista o no. L'ho fatto per anni, tenendo duro, dandomi una disciplina per arginare il caos. Per me è l'unico modo di farcela".