Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Repubblica del 21 maggio 2016

Archeologa della contemporaneità

di Chiara Gatti

NOVE metri di libreria, nera come la pece, sembrano espandersi a macchia di petrolio sulle pareti candide della Fondazione Marconi. La sensazione è che un rogo abbia tinto di fuliggine un centinaio di ripiani zeppi di libri e di oggetti cristallizzati come tizzoni spenti. È una libreria della memoria, dove s'è salvato solo l'essenziale: quel che resta del mondo. Mitica e tragica, l'opera di Louise Nevelson, grande artista ucraina, nata a Kiev nel 1899 e scomparsa a New York (la sua città d'adozione) nel 1988, è al centro di una retrospettiva museale, introdotta da un saggio di Bruno Corà e ricca di oltre ottanta lavori, fra collage polimaterici e sculture monumentali. Il filo conduttore si scopre nello spirito combinatorio che portò la Nevelson a salvare dall'oblio pezzi di storie quotidiane, a classificarli come reperti di una archeologia contemporanea. «Ricostruisco il mondo smembrato in una nuova armonia» diceva. E pensando ai suoi assemblaggi rigorosi, aggiungeva: «Sono arrivata a riconoscere che il mio modo di pensare è un collage».

Un flusso liberodi coscienza associa scarti di falegnameria a dettagli d'arredo, da camera delle bambole, bastoni per le tende e schienali di vecchie sedie a dondolo, tutti montati e incastonati in puzzle tridimensionali, dove lo sguardo rimbalza fra i volumi, a caccia di un minimo spazio vitale. Fin qui potrebbe essere un semplice recupero di logiche dadaiste o una eredità del collage storico, quello che futuristi e cubisti usavano per trascinare la realtà dentro il quadro, usando pagine di giornali o casse di chitarre. Ma la Nevelson aggiunse un tassello concettuale quando, composto ogni feticcio, iniziò a spalmarlo di un colore integrale – il nero, il bianco o l'oro – per sublimare l'immagine, traghettarla in una dimensione assoluta. Si sente, in lontananza, il mood metafisico dei manichini di De Chirico o delle bottiglie di Morandi. E l'aurea astratta delle figure dorate di Lucio Fontana, degli anni Trenta. Lui scolpiva personaggi come la Signora seduta, del Museo del Novecento (tutta nera e d'oro), da proiettare nel cosmo. La Nevelson lo fece con piccoli oggetti crepuscolari. Tracce di un universo domestico che, sfondo dell'America anni settanta e ottanta, toccava i temi del femminismo con potente nostalgia.