Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 



Il manifesto del 24 settembre 2014

La follia del corpo femminile

di Anna Maria Merlo


Un’esposizione al Grand Palais che ripercorre la produzione eccentrica dell’artista franco-americana Niki de Saint Phalle: una passeggiata fra le sue Nana e le madri divoratrici.
Niki de Saint Phalle acco­glie i visi­ta­tori al Grand Palais con la cara­bina pun­tata: è la foto­gra­fia di una per­for­mance dei Tiri, ini­ziati nel ’61, dove l’artista, discen­dente di una fami­glia ari­sto­cra­tica fran­cese, man­ne­quin per VogueHarper’s Bazaar, spara con­tro un’opera per col­pire una visione tra­di­zio­nale dell’arte, un’idea di reli­gione, la società patriar­cale, la situa­zione poli­tica, le ingiu­sti­zie. Il colore cola sotto le pal­lot­tole, ma il gesto è con­trol­lato, come in un drip­ping di Pol­lock, la vio­lenza si tra­smette attra­verso il gioco.
La dia­let­tica tra vio­lenza e aspetto gio­ioso è anche la carat­te­ri­stica delle opere più famose di que­sta arti­sta franco-americana, nota soprat­tutto per le Nana, a cui a dodici anni dalla morte il Grand Palais dedica la prima grande espo­si­zione in Fran­cia (fino al 2 feb­braio 2015), con un per­corso cro­no­lo­gico e tema­tico attra­verso cen­to­set­tan­ta­cin­que opere. Una mostra che rap­pre­senta una sco­perta di molti aspetti della pro­du­zione di quella che la cura­trice, Camille Mori­neau, defi­ni­sce senza incer­tezze «la prima grande arti­sta fem­mi­ni­sta del XX secolo».
Niki de Saint Phalle è stata un’autodidatta. Comin­ciò a dipin­gere all’inizio degli anni ’50, tra Parigi e New York (dove visse per un certo periodo con il primo marito, lo scrit­tore Harry Mathews, che abban­do­nerà per l’artista Jean Tin­guely, lascian­do­gli anche la cura dei figli), sem­pre a con­tatto con le avan­guar­die delle due sponde dell’Atlantico. Fu pro­prio vedendo uno dei Tiri che il cri­tico Pierre Restany pro­pose a Niki de Saint Phalle di far parte del Nou­veau Réa­li­sme, unica donna del gruppo.
Anche il qua­dro tra­di­zio­nale, ben­ché preso a fuci­late e costruito con rilievi, risul­tava angu­sto per le ribel­lioni di Niki de Saint Phalle. La donna diventò ben pre­sto il sog­getto pre­di­letto: sono i grandi per­so­naggi dei corpi fem­mi­nili, le Mariées (Spose) scul­ture di assem­blage costruite con un’accumulazione di oggetti sim­bo­lici e colo­rate di bianco su pizzi rap­presi, i Parti con dei bam­bo­lotti che ven­gono alla vita, le Dee, le Pro­sti­tute, le Stre­ghe. Gio­cat­toli di pla­stica, ragni che spun­tano, ma anche armi come sim­bolo del potere maschile, oggetti vari, quo­ti­diani e oni­rici, com­pon­gono que­sti corpi gigan­te­schi che, venati di iro­nia, donano potere alla donna. «Avevo deciso di diven­tare un’eroina – ha rac­con­tato in una delle nume­rose inter­vi­ste, alcune delle quali sono ritra­smesse nel per­corso della mostra – Chi sarei stata? George Sand? Gio­vanna d’Arco? Napo­leone in gonna?». L’importante è far sapere a Mummy, la madre che com­pare nel ter­ri­bile film Daddy (che evoca tar­di­va­mente il dolo­roso ince­sto subìto nell’infanzia): «Madre mia, non vi asso­mi­glierò. Avete accet­tato ciò che vi era stato tra­smesso dai vostri geni­tori: la reli­gione, i ruoli maschile e fem­mi­nile, le idee sulla società e la sicu­rezza». Invece «io pas­serò la vita a farmi domande, mi inna­mo­rerò del punto interrogativo».
Le Nana colo­rate, gio­iose e potenti sono l’espressione di un fem­mi­ni­smo sor­ri­dente, indi­vi­dua­li­sta (l’artista non mili­terà nei movi­menti): «Voglio essere supe­riore: avere i pri­vi­legi degli uomini e in più con­ser­vare quelli della fem­mi­ni­lità, con­ti­nuando a por­tare dei bei cap­pelli». Le Nana si ingi­gan­ti­ranno fino a diven­tare delle Nana-case, come la monu­men­tale e pro­vo­ca­to­ria Hon, costruita per il museo di Stoc­colma, dove si può entrare dalla vagina (di cui restano la maquette, alcuni dise­gni e imma­gini). «Le mie scul­ture rap­pre­sen­tano il mondo della donna ampli­fi­cata, la fol­lia di gran­dezza delle donne…». Ma nulla è certo per Niki de Saint Phalle: dopo le alle­gre Nana (un insieme è, per esem­pio, un omag­gio alla Danza di Matisse), arri­vano le Madri divo­ra­trici, grot­te­sche, ter­ro­riz­zanti, castranti, l’altra fac­cia del potere.
L’opera di Niki de Saint Phalle è anche diret­ta­mente poli­tica, impe­gnata. Il Nana Power evoca il Black Power (alcune Nana sono nere). In King Kong, un’opera del ’63, gli uomini poli­tici del momento, da De Gaulle a Ken­nedy o Khrut­chev sono tra­sfor­mati in bas­so­ri­lievi su un campo di rovine, dove tutto è bom­bar­dato e il sole guarda dall’alto, facendo lin­guacce al lin­gua al mondo. In Glo­bal War­ning ci sono già i temi eco­lo­gici. Un Altare dorato evoca i cri­mini dell’Oas in Alge­ria. Bush padre è per Niki de Saint Phalle l’«idiota mega­lo­mane» che com­pare in alcune opere con tutti i sim­boli, dai dol­lari al capello da cow boy.
Niki de Saint Phalle è stata fra le prime arti­ste ad affron­tare il dramma dell’Aids (un cra­nio monu­men­tale è espo­sto con­tem­po­ra­nea­mente al Centquatre-Paris). Come Warhol, sapeva maneg­giare i media e desi­de­rava rea­liz­zare un’arte popo­lare: in par­ti­co­lare, in Ita­lia, lavorò per una ven­tina di anni alla costru­zione dell’immaginifico Giar­dino dei taroc­chi, vicino a Capal­bio, un parco di 22 scul­ture monu­men­tali, che si ispira allo stile del cata­lano Gaudi.

Il manifesto 24.9.2014