Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Stampa del 2 novembre 2009

Niki de Saint Phalle: l'intimismo si fa pop

di Lea Mattarella

La parabola di Niki de Saint Phalle è la prova della potenza salvifica dell'arte, ma anche delle sue possibilità distruttive. Ricoverata in un ospedale di Nizza nel 1953 per gravi disturbi psichici, la ventitreenne Niki ne esce rinata grazie all’attività artistica. Comincia lì a dipingere e a forgiare sculture. Per scacciare via il dolore, la violenza da cui si sente investita, la frustrazione che le deriva dalla sua tragica esperienza infantile, quella di aver subito, in una ricca famiglia di banchieri, le molestie sessuali del padre. E guarda caso, saranno proprio le esalazioni chimiche respirate durante la creazione delle sue gigantesche sculture, a provocarle la malattia ai polmoni che la ucciderà nel 2003 all’età di 71 anni.

Nata in Francia nel 1930, cresciuta negli Stati Uniti dove la famiglia si era trasferita, tornata a Parigi, nel 1961 la Saint Phalle, è la «ragazza del gruppo» del Nouveau Réalisme, il movimento creato da Pierre Restany che raccoglie artisti sciamani, allegri inventori, sognatori e visionari decisi a fare pittura e scultura con i materiali della realtà che li circonda. Ne fanno parte, tra gli altri, anche il suo futuro marito Jean Tinguely, Yves Klein, Arman, Spoerri, l’italiano Rotella. Eccola lì, la bellissima Niki, che aveva fatto la modella ed era apparsa su due copertine di Vogue, in una foto di quegli anni in compagnia di Jasper Johns. È nella parte introduttiva di questa mostra alla Fondazione Roma Museo (la presiede Emmanuele Emanuele, appena nominato presidente dell'Azienda Palaexpo).

Curata da Stefano Cecchetto l’esposizione raccoglie oltre 100 opere tra sculture, disegni e grafica ed è la prima retrospettiva italiana dedicata all’artista che ha vissuto a lungo nel nostro paese. La sua dichiarazione d’amore nei confronti dell’Italia è nello stivale realizzato nel 1984 che apre la rassegna. Dentro vi ha indicato i motivi per cui vale la pena di attraversarlo, da Michelangelo al gorgonzola, da La Scala alla mortadella. Fino alla ragione di più di cui lei stessa è stata artefice: il Giardino dei Tarocchi, il suo «piccolo angolo di Paradiso». Ci comincia a lavorare nel 1979, quando Marella Agnelli, alla quale aveva esposto il progetto, le cede il terreno della famiglia Caracciolo a Garavicchio, vicino Capalbio. Lì la Saint Phalle, con l’aiuto di Tinguely, realizza le 22 gigantesche figure dei tarocchi, alte tra i 12 e i 15 metri e disseminate nel parco.

La prima che crea è la Sfinge, scultura abitabile, dove vive fino alla conclusione di questo immensa, gioiosa fatica. A ispirarla era stato il Parc Guell di Antoni Gaudí che l’aveva affascinata fin dai primi viaggi in Europa, quando viveva ancora Oltreoceano. E infatti l’opera più antica in mostra, un Autoritratto del 1958, è un puzzle di tanti piccoli frammenti di materiali vari, dalla ceramica al vetro ai chicchi di caffè, messi insieme con un gusto raffinato e inconsueto della decorazione che rimanda al grande architetto catalano. Ma il viso di Niki in questo dipinto è ferito, coperto di sangue. Per uscire dalla sofferenza bisogna munirsi di armi appropriate. Da qui nascono i Tiri, le opere-bersaglio che la rendono celebre. Eccola poggiare dei contenitori di colore sulla sommità di rilievi bianchi, prendere la mira e colpire. Al pennello sostituisce il fucile. La carica aggressiva di questi lavori è anche rivolta alla società. Un giorno spara all’Ambasciata americana per i fatti del Vietnam, un giorno al padre, per fatti privati.

A questo desiderio di affermazione anche violenta, si accompagnano opere di grande drammaticità come l’Altare degli innocenti del 1962 o Marilyn del 1964 che, due anni dopo la misteriosa morte dell’attrice, ne ritrae il volto quasi in decomposizione, per mettere in guardia tutte le donne dai rischi che si nascondono dietro la bellezza. La tecnica è quella, cara ai colleghi nuovirealisti, dell’assemblaggio di oggetti messi insiemi a formare un’immagine. L’universo femminile diventa prevalente nell’invenzione delle Nanas, le immense bambolone che danzano leggiadre e coloratissime. Lei, bella e ferita, crea un mondo «altro», di ciccione felici, ineffabili, protettive, spavalde, insolenti e fiere. Sono la rappresentazione del riscatto, della lotta e della vittoria delle donne contro tutte le discriminazioni. Niki è ormai un artista pop che ha abbandonato i toni intimisti.

E non c’è più spazio per il dolore. Ogni tanto compare ancora qualche immagine inquietante, un piccolo mostro contro cui ancora combattere. Spesso c’è un teschio (ce n’è uno di pezzi di vetro, un Damien Hirst ante litteram), come quello che appare all’interno della mela spezzata ai piedi di Adamo ed Eva nella grande scultura qui esposta. Lei suggerisce di sentirsi, insieme a Jean, nel Giardino dei Tarocchi come al centro dell’Eden. Però non dimentica la Vanitas, la caducità inevitabile delle cose. Ma l’arte è «un sogno più lungo della notte» come recitava il titolo di uno dei film da lei realizzato. Ed è la cosa che più avvicina all’immortalità.

info sulla mostra Niki de Saint Phalle