Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'Unità del 9 settembre 2009

Un manifesto comune per "liberare" il Paese

di Tiziana Bartolini

Su un solo passaggio dell’intervista di Nadia Urbinati che ha avviato questo dibattito non concordo: quando mette in relazione la passività delle donne italiane agli eroismi di Neda o San Suu Kyi. Mi pare vi sia una sproporzione, nel senso che in Iran e in Birmania - così come in molti altri Paesi - sono purtroppo indispensabili atti eroici e il sacrificio di vite umane per la conquista delle libertà minime. L’Italia in quel senso ha già dato con la lotta di Liberazione e, per quanto sia grave la situazione italiana, ci auguriamo tutte/i di non dover ripetere esperienze analoghe. È vero, certo, che sono poche le voci femminili di dissenso, ma sono quelle che riescono ad emergere in una scena pubblica dominata da piccoli o grandi poteri consolidati (politici, economici, mediatici, familistici, di clan, ecc...) autoreferenziali e per lo più impegnati in una costante e circolare legittimazione e riproposizione. Rompere questi circuiti è molto difficile e raramente si aprono spazi per novità o per persone portatrici di novità, ciò rende lenti e difficoltosi i cambiamenti. L’Italia è refrattaria al nuovo. Al massimo è disponibile al nuovismo, pur di non cambiare niente e di non mettersi in discussione. A questo tratto della nostra «antropologia nazionale» non vengono meno le donne e neppure il movimento delle donne. Per ritrovare il bandolo della matassa conviene partire dai nostri errori, senza autolesionismi ma per onestà intellettuale e per superare i limiti di una rivoluzione, come ha scritto Lidia Ravera, pericolosamente interrotta.

Non credo si debba ricominciare da capo. Esaurita la spinta delle grandi lotte di cui le donne sono state protagoniste è venuto il tempo di silenziosi eroismi che senza conquistare titoli o prime pagine hanno avuto il merito di mantenere il filo dei pensieri e delle pratiche. Eccessive attese dalla istituzionalizzazione delle Pari Opportunità ha contribuito a depotenziare l’idea della rivendicazione come metodo. Anche se sentiamo sulla pelle il fastidio di una narcosi collettiva, ha ragione Simona Argentieri: il dissenso non è scomparso ma si è persa la fiducia nella possibilità di cambiare e, aggiungo, c’è anche il timore di affrontare con nuovi strumenti e idee la complessità di un presente che esclude il ricorso alle certezze dei decenni passati. La sollecitazione a scendere in piazza va certamente accolta, ma senza dimenticare che in questi ultimi anni alle donne non è mancata la capacità di manifestare con grandi cortei a Milano, a Roma, a Napoli. Il punto è piuttosto come dare continuità e organicità al «dopo», come tornare ad essere protagoniste non silenziose, né temporanee o estemporanee. Lamentarsi è facile e non costa nulla, osserva giustamente Urbinati che sollecita ad assumerci la responsabilità di decidere. La Direttora Concita De Gregorio ha fatto la sua parte aprendo l’Unità a questo dibattito, noi da anni abbiamo deciso che un’esperienza politica ed editoriale come «noidonne» fosse necessaria e tutti i mesi ci assumiamo la responsabilità di darle voce (anche con un sito www.noidonne.org) nonostante le ristrettezze economiche e le indifferenze o rivalità anche femminili. Definiamo un nostro «manifesto» e proponiamolo a tutti i nostri livelli politici e di governo, sia nazionale sia locale (regioni, province e comuni), chiarendo bene: a) che i soldi pubblici devono essere spesi in modo trasparente e privilegiando i servizi alle persone e gli investimenti nella scuola. b) che l’etica pubblica e privata devono essere il faro da cui nessuno può discostarsi. c) la laicità è un valore nazionale che deve guidare le scelte pubbliche e politiche. d) la maternità e il lavoro delle donne sono un valore condiviso e da privilegiare nelle scelte politiche e amministrative.

Come passare dalla proposta alla lotta? Praticando l’ostracizzazione delle/dei furbe/i e denunciando incessantemente i comportamenti che non rispettano il nostro «manifesto». Tutto questo non è «questione di genere »? Invece sì perchè le donne sono le più penalizzate dai tagli causati dal malcostume diffuso fatto di politiche ciniche, prepotenze e corruzione. Tra le novità che potrebbero caratterizzare il «nuovo» movimento delle donne vedo una sorta di globalizzazione degli interessi e del campo di interventi per affermare una visione di genere ampia, allargata a tutti i settori. Il punto non è vedere in tv più donne che parlano di politica nello stesso modo degli uomini, ma far passare - con voce e sguardo femminile - idee nuove della politica, del mondo, dell’economia. Se è vero che il berlusconismo non finirà con Berlusconi e se è vero che occorre quella «rifondazione democratica della cultura politica italiana» invocata da Elisabetta Vezzosi (Presidente della Società delle Storiche) ci dobbiamo ben attrezzare e darci forza realizzando «la rete» di cui tanto si parla, perchè l’erosione delle coscienze è stata profonda e i guasti sono gravi. «Sono bella ma i concorsi di bellezza non mi attirano, ritengo di essere intelligente e volenterosa, ma non so se questo basterà per raggiungere i miei obiettivi» scrive Chiara in una lettera (l’Unità, 15 agosto) che mi ha molto colpita. Chiara tratteggia una sensazione che non vivono solo le giovani, ma che ci accomuna tutte quando si descrive «sola, inadeguata» ma allo stesso tempo pronta a reagire. Eccoci, allora.