Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

______________________________________________
 


da L'Unità del 16 settembre 2009

Il regime delle tv vuole le donne al grado zero di essere pensante

di Iaia Caputo

In questo Paese malato, sull’orlo dell’abisso e, fatto ancor più grave, con un sistema immunitario che al momento sembra incapace di reagire, è accaduto in questi ultimi mesi qualcosa di straordinario.

Dopo essere caduta in sonno per molti, troppi anni, la questione femminile (non le donne!), non solo riemerge con forza animando più di un dibattito appassionato e ricchissimo di voci,ma“grazie” agli scandali sessuali che riguardano il premier, all’esibito e sfrontato tentativo di cooptazione di giovani e belle donne, alle quali nell’ultima tornata elettorale era stato promesso indifferentemente un posto in lista (Parlamento Europeo o Consiglio circoscrizionale a secondo delle circostanze) o una carriera nel mondo dello spettacolo; «grazie» all’abuso che la televisione ha compiuto delle donne, giovani e meno giovani, maltrattandone le presenze e degradandole a soli corpi da esibizione; «grazie» ai tentativi sempre più protervi di attentare attraverso nuove leggi e vecchi divieti libertà che si ritenevano acquisite da decenni (vedi pillola Ru486), la questione femminile non solo oggi salta agli occhi come vera e propria emergenza democratica, ma si afferma come «anomalia » italiana, inestricabilmente e drammaticamente legata a tutte le altre anomalie che affliggono il Paese.

Si può forse definire democratico un Paese nel quale un solo uomo controlla insieme potere politico e la quasi totalità del sistema dell’informazione, irridendo, minacciando, se non perseguitando, qualunque testata o giornalista osi dissentire, e persino chi pretende esclusivamente di esercitare il proprio diritto/dovere a informare liberamente? Che non esita a utilizzare la stampa amica per colpire chi amico non è? Che manipola, distorce e piega la realtà e la verità a suo piacimento? Che si è sottratto a ogni procedimento giudiziario fabbricandosi leggi ad personam?

L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, e la risposta resterebbe, comunque, no. Ma allo stesso tempo che democrazia può vantare un Paese di donne e di uomini che ha escluso le prime da (quasi) ogni luogo dove si decide come, con quali leggi, criteri, principi e risorse tutti noi cittadini, donne e uomini, dobbiamo e possiamo vivere? Che democrazia è quella dove appare un’utopia poter vedere una donna battersi per la leadership di un partito (e basta ricordare che in Francia due donne erano in corsa per la segreteria del partito socialista), per la carica a premier, per la presidenza della Corte Costituzionale o della Repubblica? E qui non si tratta di rivendicare (o certamente non solo) l’esercizio di un potere negato, ma proprio di una basilare idea di giustizia.

D’altra parte, se questo regime mediatico-populista ha estromesso le donne dalla scena pubblica, le ha poi reintrodotte nell’immaginario collettivo e nella pervasiva sintassi simbolica al grado zero di esseri pensanti, le ha rese protagoniste di vicende boccaccesche, promosse con pratiche e scambi degni di Bisanzio per poi abbandonarle al proprio destino appena la loro presenza rischiava di compromettere pubbliche carriere e falsissime virtù: dalla minorenne di Casoria che Qualcuno trovava avesse un viso da madonna alla escort D’Addario che, sempre lo stesso Qualcuno, oggi minaccia di diciotto anni di galera.

E d’altra parte, quando a un appuntamento di rilevanza europea, un leader politico può dire che rappresenta una nazione di Don Giovanni e Casanova, e che la conquista (del genere femminile) è uno dei grandi piaceri della vita, stiamo già assistendo a un tale degrado antropologico e a un’esibizione di modelli così poveri che siamo obbligati a pensare con grande preoccupazione di cosa ne sarà delle nuove generazioni di donne, e di uomini, e a sentirci responsabili, se non ci opporremo con forza e determinazione, di questa barbarie culturale.

Ma in questa Italia malata e smarrita nessuno è senza peccato: la metodica estromissione delle donne dai gangli vitali del Paese è infatti un vulnus democratico che data decenni. Perché tutti, ma proprio tutti gli uomini, o i sistemi da loro controllati, nei partiti e nei giornali, nelle televisioni e nelle università, le donnele hannoestromesse ogni volta che hanno potuto, e che lo abbiano potuto fare in diversi casi anche con la nostra connivenza, per antica consuetudine a farci da parte, o a voltare le spalle alle battaglie da fare non in nome di qualcosa ma proprio per noi stesse, conta assai poco. (...)

E noi? Da dove ripartire? Qual è la nostra priorità adesso? Forse cominciando, ciascuna e tutte insieme, a credere di più in noi stesse, che poi significa convincersi che non solo possiamo essere al primo posto e in prima fila nelle battaglie politiche che ci aspettano da ora in avanti. Di più. Dobbiamo finalmente credere che non c’è nessun’altra questione più importante, più urgente, più drammatica. Perché quell’anomalia che riguarda la nostra assenza dalla scena pubblica attraversa tutte, una per una, tutte le altre anomalie italiane. E non c’è più tempo da perdere. Allora, su la testa e rimbocchiamoci le maniche.