Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Repubblica dell'11 ottobre 2009

La sfida delle femministe al premier "Cultura sessista, smascheriamolo"

di Alessandra Longo

Che ne è della sessualità maschile? Che ne è della politica degli uomini e delle donne in questo scorcio di stagione dominato dalla volgarità, dagli insulti, dal "disordine" nel rapporto tra i sessi? Le femministe tornano a interrogarsi. In centinaia affollano la Casa internazionale delle donne di Roma per l'incontro convocato da cinque voci storiche: Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi e Grazia Zuffa. Aula stracolma, gente in piedi (su 400 presenze una disciplinata decina di uomini, tra cui Valentino Parlato, direttore del "manifesto") e saletta d'ascolto aggiuntiva allestita all'ultimo minuto. La chiamata a raccolta, organizzata da tempo, arriva all'indomani delle offese a Rosy Bindi che riceve lunghi applausi "per quel che ha subito, per come ha reagito e per l'immagine che ha dato di sé".

Sesso, potere e denaro: si va al cuore del problema ed è un altro modo di affrontare "il degrado della cosa pubblica, l'uso privato delle istituzioni". "Nel silenzio plumbeo degli uomini, anche di quelli dell'opposizione" (Boccia), i comportamenti di Berlusconi certificano il cambio di scenario. Siamo in pieno "post-patriarcato", ci dicono le femministe, costrette a ricominciare l'analisi da dove l'avevano lasciata: "Il conflitto tra i sessi non è risolto, ha assunto una diversa configurazione". Il post-patriarca è un uomo sessualmente in crisi, "senza autorità e autorevolezza", ed esercita il suo potere sulle donne, trattandole come "corpi", cui non è chiesto, ovviamente, di esprimere pensieri, meno che meno dissonanti. Il post-patriarca può contare su connivenze maschili trasversali, fida nella "colonizzazione" delle menti alimentata da certa televisione, sfrutta (finora) il silenzio di un certo mondo femminile indignato al punto di praticare l'estraneità (è la tesi di Gabriella Bonacchi).


Ma il post-patriarca, che sia Berlusconi o i tanti emuli, trova sulla sua strada chi lo smaschera. E la sorpresa è che a "denudare il re" non sono le solite femministe arrabbiate ma " donne molto diverse", per estrazione, ruolo, cultura. Leggi Veronica Lario e Patrizia D'Addario. I loro nomi risuonano nella saletta affollata, pronunciati senza spocchia o imbarazzo: "Non abbiamo più paura di mescolarci, non siamo più costrette a dividerci tra sante e puttane". Ed è questo il retaggio liberatorio del femminismo anni Settanta.
Un femminismo che ha bisogno di perdere gli eccessi di autoreferenzialità verbale, qua e là emersi negli interventi, di aggiornarsi, di ripensarsi, di fronte "al mondo intero che cambia e, con esso, il rapporto tra i sessi" (Luisa Muraro). Ci si indigna, durante questo convegno: per "la fiction del femminile allestita dal regime tele-politico berlusconiano", e ripresa da certa carta stampata, "per la sinistra che non c'è, come fossimo all'anno zero della politica italiana" (così Cecilia D'Elia, Sinistra e Libertà, vicepresidente della Provincia di Roma). C'è delusione: "E' la sinistra che ci deve venire a cercare", sibila Muraro, teorica del pensiero della differenza. C'è rabbia fredda: "Il comportamento delle donne nei partiti è stato scandalosamente inutile, insignificante" (Alessandra Bocchetti).

Groviglio di analisi e sentimenti, sensazione di un terreno che, dopo le grandi battaglie del passato, sta franando sotto i piedi per troppe complicità maschili e troppe timidezze aristocratiche femminili: "Rischiamo di perdere due generazioni di donne", è l'allarme che viene dalla Casa di Roma. E allora ci si interroga su come arginare "la disperazione" violenta del post-patriarcato, di come forare l'insopportabile "opacità" della politica (Bianca Pomeranzi)", di come far arrivare sui media "le donne reali" e non la loro caricatura. Tutto buttato lì, con passione e concitazione, in una mattina di sabato, senza nemmeno la pausa pranzo, con la fretta di ricominciare un dialogo interrotto.