Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

dal Corriere della Sera del 6 dicembre 2009


Donne In crisi e sotto assedio, prove di resistenza

Protagonisti, libri, arte, dibattiti, racconti

di Taglietti Cristina

«Vogliono farci credere che siamo infelici perché siamo libere, che siamo schiave dell' emancipazione. Invece siamo infelici perché continuiamo a essere discriminate». Susan Faludi lo diceva già agli inizi degli anni Novanta, ma la sua teoria sembra valida anche oggi che il corpo delle donne è tornato ad essere un campo di battaglia. Battaglia con gli uomini, con le altre donne, con gli stessi simulacri della femminilità. Lo racconta la cronaca ma anche il dibattito, che in questi ultimi mesi, in Italia e non solo, si è sviluppato componendo uno scenario abitato da donne che, pur rifiutando il silenzio, la vittimizzazione, si sentono sotto attacco, in crisi di identità, messe all' angolo da uomini che magari trovano inadeguati ma che nei fatti continuano a essere più forti, da una società che sembra non essere stata al passo della loro raggiunta consapevolezza. Le vicende di escort, transessuali, mogli indipendenti ed emancipate relegate a ruoli di vittime «costrette» a perdonare hanno riportato la discussione su quello che «Via Dogana», la rivista della Libreria delle donne di Milano, ha definito il «groppo sesso potere violenza». Un nodo che se, su un piano politico parla del degrado della cosa pubblica, ci dice anche che il rapporto tra i sessi è (di nuovo?) in una crisi profonda. Se molti uomini sembrano andare alla ricerca di una comprensione che può essere ritrovata soltanto in un consolatorio «tra maschi» (il che spiega in parte il fenomeno trans, come ha scritto Marina Terragni a proposito del caso Marrazzo), il potere delle donne sembra essere relegato (lo nota anche Natalia Aspesi nella nuova introduzione della sua ironica requisitoria Lui, visto da Lei, pubblicato negli anni Ottanta e ora riproposto pressoché uguale) nel solito luogo, «quello eterno del sesso, del corpo». Un potere a tempo, però, dove la scadenza continua ad essere dettata dall' orologio biologico, diverso da quello degli uomini che, grazie alla chimica, si trovano anzi una giovinezza sessuale sempre più estesa (e quindi la possibilità di cambiare vita, donna, famiglia, anche oltre la piena maturità). La terza generazione femminista è a una svolta: l' emancipazione e la libertà di fare di sé ciò che si vuole rischiano di diventare un ritorno al passato, mentre la rivendicazione di poter fare tutto e tutto al meglio - carriera, figli, vita sociale, cura di sé e della casa - si è trasformata nell' imperativo di dover fare tutto, insomma in un' altra forma di schiavitù che erode benessere, felicità, tempo libero in una società che non è riuscita a stare al passo, nelle strutture, dell' emancipazione, che non ha offerto le conquiste concrete per esercitarla veramente. Il ripensamento delle conquiste fatte, a oltre quarant' anni dal femminismo, adotta la misura di qualcosa forse difficilmente quantificabile, ma empiricamente percepibile: la felicità delle donne. Perché, come dice Luisa Muraro, c' è un crinale, «si va tra due versanti, da una parte c' è la voglia di esserci e di contare, dall' altra c' è il disordine di un mondo in cui una rischia di perdersi». La regressione non comporta tanto un ritorno alle donne oggetto, anche se Lidia Ravera in una sorta di rivalsa chiama «Par condicio» la sua rubrica su «L' Unità» e cerca di guardare Tremonti, Alfano, Belpietro e gli altri che cadranno sotto la sua lente, come, sostiene, loro guardano le donne: «pezzi di carne, pupi gonfiabili, oggetti di desiderio o di scherno», «come racchioni, come zitelli, come maschi con cui non andare in vacanza» attirando l' attenzione sui cedimenti delle loro carni, sui crani sguarniti, sui ventri prominenti, sui pallori malsani, sui dorsi incurvati. Insomma come le donne, e non solo quelle che lavorano in tv, sono abituate ad essere guardate da sempre. Eppure l' uso del corpo, la velinizzazione strisciante proposta dalla televisione che Lorella Zanardo mette in rilievo nel suo documentario Il corpo delle donne, l' «emergenza estetica», come l' ha definita Maria Laura Rodotà, che vorrebbe tutto il mondo femminile assoggettato al «canone unico di bellezza» secondo un modello maschilista ancora prevalente nella politica e nei media, l' erotizzazione sempre più precoce delle ragazze, e perfino delle bambine rivela qualcosa di diverso dal ritorno alla donna oggetto. Così come raccontano un' Italia diversa, le escort, le ragazze-immagine, le aspiranti show girl pronte a quello che una volta si definiva «scendere a compromessi». Niente di più antico, in fondo, se una ricerca recentemente pubblicata in America (Why Women Have Sex di Cindy Meston e David Buss), trae la scioccante conclusione che, per una sorta di imprinting primordiale, le donne - e non soltanto le prostitute - fanno sesso, spesso, per ottenere cose come la stabilità economica, lo status sociale, come forma di difesa contro l' infedeltà del maschio. Finito il dominio sul corpo delle donne da parte di giurisdizioni esterne che potevano essere l' autorità religiosa o patriarcale, ora ci si trova davanti a ragazze che si usano come le userebbe un uomo, ragazze che «si svuotano del proprio desiderio e si riempiono del frettoloso desiderio maschile», un teatrino che si svolge su una linea di confine, dove, dice Liliana Rampello, si scambia la libertà con l' indipendenza. E non è un caso che «Il mio femminismo messo in crisi da quattro veline» fosse il titolo di una riflessione di Ritanna Armeni sul «Riformista», all' indomani di una trasmissione tv in cui si era trovata a confrontarsi con quattro ragazze da calendario. Quattro esempi di quelle ragazze-immagine dal piglio imprenditoriale, che, come dice sempre «Via Dogana», hanno imparato che oggi non si vive senza guadagnarsi da vivere e che hanno preso sul serio una lezione di managing fondamentale: investire sul proprio capitale personale, magari più erotico che umano. Insomma, ragazze «emancipate». E pazienza se i fatti dicono che l' Italia è scivolata al settantanovesimo posto (su 134) dietro il Kazakistan e l' Uzbekistan, nell' annuale «Gender Gap Report», il rapporto del World Economic Forum che misura il distacco tra maschi e femmine, soprattutto nell' ambito lavorativo. Ma era questo l' obiettivo? L' obiettivo delle lotte femministe, dello slogan «il corpo è mio e lo gestisco io»? Oppure, come ha detto la commentatrice americana Barbara Ehrenreich, le lotte degli anni Sessanta e Settanta ci hanno lasciato «un' idea di potere sessuale così promiscua per cui qualunque cosa, dalla prostituzione al piercing ai capezzoli può essere considerato un atto femminista»? La generazione di ventenni, trentenni, quarantenni, le «femministe Facebook» oggi che hanno istruzione, lavoro, marito, figli si accorgono che tenere tutto insieme è difficile e si domandano se non sarebbe il caso di imparare a riconoscere quelle che sono le priorità individuali diverse nei vari momenti della vita, rifiutando i modelli che le vogliono più in carriera, più madri, più magre, più belle, più brave a cucinare. Non si tratta certo di tornare in casa a fare le madri/mogli, sostiene una femminista storica e controcorrente come Fay Weldon, che ora si trova a chiedersi quale mondo hanno preparato quelle della sua generazione per le loro figlie e le loro nipoti. Un mondo in cui la generazione delle trenta/quarantenni si divide tra quelle che vivono da sole, si dedicano alla carriera e alla vita sociale e ai figli hanno rinunciato (e che regolarmente si pentono quando è troppo tardi) e quelle che i figli li hanno fatti e sono esauste o hanno rinunciato a qualcos' altro. Reso di fatto impraticabile da una società impreparata strutturalmente ad accoglierlo il modello di una sorta di femminismo «a tappe» (una volta che si decide di uscire un po' dal mondo del lavoro, per dedicarsi ai figli, alla coppia, o magari anche a se stesse, è praticamente possibile rientrare), ora emergono forme più semplificate e più radicali di emancipazione, quando invece ci vorrebbero asili, maggiore flessibilità del lavoro, un ampliamento della possibilità del part time e via dicendo. La giornalista inglese Ellie Levenson, autrice di The Noughtie Girl' s Guide to Feminism, guida al femminismo delle cattive ragazze, di un diverso «brand» di femminismo, una «marca» diversa, che riguarda le donne nate dopo il 1970, quelle cresciute con la certezza del diritto alla contraccezione, ad essere pagate come gli uomini, per cui anche la Barbie può essere una suffragetta. Donne, scrive la Levenson, con ironia e una superficialità che però centra il punto, che «possono nello stesso tempo preoccuparsi dello stato del mondo e dello stato del loro ombretto». Un femminismo che ha perso per strada la visione politica e si concentra sull' individualismo, che può anche «fare a meno» degli uomini (non più necessari neanche per la riproduzione), rinunciando a un modello sociale basato sulla coppia e sulla famiglia senza che le donne si debbano ritrovare, a cinquant' anni, a invidiare la longevità sessuale (e la conseguente libertà) che i maschi si sono conquistati anche farmacologicamente. «Ciao maschio», insomma, si potrebbe dire citando l' ultimo lavoro teatrale di Valeria Parrella, dove proprio una cinquantenne passa in rassegna i fantasmi degli uomini che ha avuto. Certo, l' emancipazione ha avuto un' evoluzione che l' ha portata anche lontano da dove è nata. E non è un caso che Giulia Bongiorno, parlamentare del Pdl, avvocato di lunga carriera, donna spesso impegnata nella difesa delle donne, non soltanto approvi la decisione di Roberta Serdoz, moglie di Marrazzo, di riconoscere e accettare la debolezza del marito, ma la elevi a vera scelta di emancipazione perché, ha scritto su questo giornale, «si è emancipata persino dal bisogno di dimostrare la propria dignità». Allora, forse, non è meglio valutare le conquiste delle donne non con il metro della forza ma con quello della felicità? Lo studio dei ricercatori dell' università della Pennsylvania, Betsey Stevenson e Justin Wolfers, ha messo in luce il Paradosso della declinante felicità femminile, secondo cui, nonostante gli innegabili progressi degli ultimi 35 anni le donne (o meglio quei panel composti da lavoratrici e casalinghe, sposate o single, di età e istruzione diverse che i due studiosi hanno analizzato) sono diventate più infelici sia rispetto a loro stesse, sia rispetto agli uomini. Il dibattito è stato subito incandescente. Colpa del femminismo, hanno gridato alcuni commentatori (non solo maschi), in una riedizione di quel «blacklash», il contrattacco, la guerra non dichiarata contro le donne, che Susan Faludi aveva già individuato nel suo saggio del 1991. «Il movimento delle donne non riguardava la felicità», precisa ora Faludi e forse, ammette lo stesso Wolfers, uno dei curatori della ricerca, è la vita quotidiana nell' economia globale ad essere diventata più stressante per tutti e ancora di più per le donne. Insomma i cambiamenti in peggio non sono certo imputabili al femminismo, ma all' evoluzione della società stessa e l' apertura, la diversificazione, l' espansione delle sfere di esistenza accessibili alle donne hanno in sostanza dato loro un maggior numero di motivi per essere infelici. E gli uomini? Gli uomini sono riusciti in qualche modo ad accomodarsi anche nel mondo globale. Inadeguati, fragili, narcisi, come li vedono spesso le donne, ma sempre in sella. RIPRODUZIONE RISERVATA Teorica Simone de Beauvoir (nella foto), nel 1949 scrisse il saggio «Il secondo sesso», dove applica la prospettiva esistenzialista ai temi dell' emancipazione femminile. Il libro esce ora, per la prima volta in edizione originale, nella traduzione inglese, dopo che nel 1953 era stato pubblicato con gravi tagli e censure. Il dibattito la Battaglia sul Corpo e le Sfide Femministe La libertà di fare di sé ciò che si vuole e la necessità di dover conciliare tutto rischiano di diventare un' altra forma di schiavitù. Le donne ripensano alle conquiste fatte negli ultimi quarant' anni, e si chiedono se non sia il caso di riconoscere priorità diverse nei diversi momenti della loro vita Percorsi e nuovi modelli Molti libri cercano di fare il punto sul percorso delle donne anche in rapporto al mondo maschile. Marina Terragni indaga «La scomparsa delle donne» (Mondadori); Sandra Puccini in «Nude e crudi» (Donzelli) mette a fuoco «Femminile e maschile nell' Italia di oggi», mentre Letizia Paolozzi e Alberto Leiss spiegano «La paura degli uomini» (il Saggiatore). Loredana Lipperini in «Ancora dalla parte delle bambine» (Feltrinelli) indaga i nuovi modelli femminili. Io voglio... io voglio... io voglio fare quello che voglio. Voglio recitare la pantomima, anche la commedia. Voglio danzare nuda se il costume mi impaccia e umilia la mia plasticità, voglio ritirarmi su un' isola, se mi pare, o frequentare signore che vivono delle loro grazie, purché siano allegre, bizzarre, persino malinconiche e sagge