Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Manifesto del 25 agosto 2009

La realtà femminile nel regime-reality

di Ida Dominijanni

Ci dev’essere davvero una qualche diabolica astuzia nella storia se una vicenda come quella che in Italia ha denudato il re grazie a tre donne (nell’ordine: Sofia Ventura, Veronica Lario, Patrizia D’Addario), che è stata subito individuata come politicamente cruciale da altre donne (mentre gli uomini, anche a sinistra, la sminuivano privatizzandola), che tutt’ora viene analizzata e discussa soprattutto da donne, prende a un certo punto la piega della lamentazione sul «silenzio delle donne».
Che stranezza. Ci sarebbe da essere, almeno per un po’, grate a quelle che hanno parlato, orgogliose che lo abbiano fatto, felici che i germi della libertà femminile seminati dal femminismo degli anni ’70 siano cresciuti anche fra le first lady, le donne di destra e le escort. Invece niente, non si festeggia e il brindisi è rinviato, a quando saremo tutte in piazza. «Quelle» che hanno parlato sono casi isolati, «rondini che non fanno primavera», mentre «le donne» (le «vere» donne?) sono tutte mute, tutte subalterne al modello imperante del velinismo o del labbro rifatto. Tutte vittime di un incantesimo e tutte colpevoli di non svegliarsi - come di regola, perché nella storia delle donne è noto che vittimizzazione e colpevolizzazione vanno sempre a braccetto.
Bianca Pomeranzi, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa sul manifesto, (18 e 23/8) e più volte la Libreria delle donne di Milano, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss su www.donnealtri.it, hanno già spiegato come questa invenzione del silenzio delle donne sia una tecnica sicura per annullare la parola femminile che c’è, nonché il riflesso condizionato di uno schema per cui la soggettività politica femminile è riconoscibile solo se e quando si esprime nei modi canonici (e oltretutto non corrispondenti al femminismo degli anni 70) di un movimento di protesta. È una tecnica sperimentata e rodata dagli uomini. Spiace vederla impugnata, su Repubblica e L’Unità, anche da donne, amiche o comunque prossime a noi per intenzioni (del resto, non è la prima volta: anni fa si parlò di uscire dal silenzio anche in occasione di una bella manifestazione sull’aborto, tema su cui in verità non si era mai smesso di parlare). Dunque, cerchiamo in amicizia di capirci meglio.
Nella rappresentazione delle donne tutte subalterne e mute, tutte vittime e colpevoli c’è a mio avviso un punto molto scivoloso, che ha a che fare con il nocciolo del berlusconismo e con il rischio di interiorizzarlo proprio quando e quanto più lo si vorrebbe combattere. Il nocciolo è quello del rapporto fra fiction e realtà. Sappiamo tutte e tutti che la sovrapposizione fra fiction e realtà è il dispositivo su cui il regime berlusconiano si è imposto nell’immaginario prima che nella politica di questo paese. Ma questa sovrapposizione è davvero totale, o totalmente riuscita? Per usare una nota formula di Baudrillard, la tv ha davvero sterminato la realtà? Nel nostro caso: la fiction che ha ridotto o ricondotto il femminile a labbro rifatto e oggetto compiacente di consumo ha davvero conformato la vita e i desideri delle donne reali? Attenzione, perché convincersi che è andata così significa darla già vinta a Berlusconi, e darla già persa a noi. Se in un regime-reality una speranza per la politica c’è, e a mio avviso c’è, sta proprio nello scarto che fra fiction e realtà resta o, meglio, non smette di prodursi. È solo in quello scarto che possono nascere gesti imprevisti di ribellione e di libertà, come già hanno dimostrato Veronica e le altre. Ed è solo a partire da quello scarto che può rinascere la politica, altrimenti sterminata anch’essa dalla fiction. È in quello scarto dunque che bisogna saper guardare e cercare. Non si tratta, spero che sia chiaro, di dividersi fra chi vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Non sto raccomandando soltanto, come ha già fatto Miriam Mafai (Repubblica, 4/8), di valorizzare, a fronte del modello di femminilità mercificata dominante, la vita e l’opera di quante ogni giorno lo tradiscono e lo combattono. Né mi appellerò ad autorevoli analisi sociologiche, come quelle del Censis che da anni indica nella crescita di soggettività, lavoro e competenze femminile una controtendenza alla «mucillagine sociale» italiana, o come quella di Alain Touraine, che interpreta la trasformazione sociale in corso in Occidente tutta nel senso della libertà femminile guadagnata (Il mondo è delle donne, Il Saggiatore). Voglio dire piuttosto che è compito nostro saper leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere, ad esempio, tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione (talvolta silenziose: secondo gli ultimi sondaggi, dopo i noti fatti Berlusconi ha perso il 15% del consenso femminile) che si sviluppano anche laddove la politica tradizionale non le vede, e anche in donne in tutto dissimili da ciò che siamo state/siamo «le femministe» degli anni ‘70 o da come ci immaginiamo che dovrebbero essere le nostre figlie. E viceversa, le forme di conservazione, tacitamento e autocensura che si annidano anche nell’emancipazione femminile o nelle agenzie deputate della politica democratica d’opposizione, partiti e informazione al primo posto.
A proposito di tacitamento. Il buono della condizione femminile, mi si risponderà, non è visibile, è nascosto dal modello dominante. D’accordo, ma a chi spetta renderlo visibile? Le amiche che lamentano il silenzio delle donne sono tutte donne impegnate con successo nei media, nelle università, nella cultura, nei partiti di sinistra. Mi chiedo e chiedo a loro: quanto siamo state negli ultimi decenni disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso la parola femminile diventasse più autorevole, il pensiero femminista fosse registrato, la bellezza femminile non fosse colonizzata? Nei giornali, in Rai, nei partiti, nelle università, nei festival di filosofia e di letteratura, abbiamo fatto tutte e sempre la cosa giusta? Prima di evocare l’indignazione, che del lamento non è l’inverso ma la compagna, non sarebbe il caso di interrogarsi ruvidamente sulle pratiche quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà?
Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana attivamente combatte e occulta, ma non vanifica. Lidia Ravera scrive che la rivoluzione femminista «si è interrotta» e che bisogna di nuovo «portare i nostri corpi in piazza, contarsi per contare». «Contarsi per contare», Lidia lo ricorderà meglio di me, era una di quelle formule dell’antagonismo maschile che a un certo punto noi donne trovammo inadeguate e inefficaci e da cui ci separammo; e in un momento in cui il corpo femminile è sbandierato ovunque bisognerebbe che so, provocazione per provocazione, occupare una moschea col velo addosso, e chiedere agli uomini una bella manifestazione contro la «miseria del maschile» (Pitch) al governo. Piazza o no, è sulla «rivoluzione interrotta» che bisogna intendersi. Intellettuali solitarie da una parte, donne asservite allo sguardo maschile dall’altra: è questo il lascito del femminismo? Non sarei proprio d’accordo. Se Veronica Lario ha trovato un ascolto, se in tante ridono del re nudo, se questo stesso nostro dibattito oggi può avere luogo, è perché quella rivoluzione continua a lavorare.
Questo non significa, ovviamente, suonare la fanfara delle sue magnifiche sorti e progressive. Le rivoluzioni vanno avanti e vanno indietro, subiscono i contraccolpi delle controrivoluzioni conservatrici, si inabissano e rispuntano, come si diceva un tempo del femminismo, carsicamente. Ci sono nuove forme di illibertà femminile? Sì ci sono, e siamo tutte qui per combatterle. Non a partire dalla retorica del «siamo tornate indietro» però, ma dalle nuove combinazioni di oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa di parola che in trent’anni sono state generate. Per leggerle non ci basta il lessico democratico, né tantomeno il mantra dell’uguaglianza (uguali a chi, in tempi di miseria del maschile?). Ha ragione Mafai, e anche questo dibattito lo dimostra: «il ’68 ci perseguita» ed è sempre lì, alla congiuntura 68-femminismo, che bisogna tornare per misurare l’oggi. A patto però di non farne una riserva immaginaria buona per tutti gli usi. Né il 68 né il femminismo furono l’anticamera della teologia democratica oggi imperante: ne furono una critica spietata, l’indicazione puntuale delle opacità, dei poteri, delle trappole che la pretesa «trasparenza» democratica occulta. Cerchiamo di non dimenticarcene: spetta alle donne, oggi, salvare «questa» democrazia?