Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Corriere del 6 febbraio 2011

Gamberale: no al moralismo
Maraini: c'è paura di indignarsi

Le due scrittrici e le differenti visioni sul modo di manifestare il dissenso

di Daniela Monti

Perché è stato necessario un caso Ruby per ridare la parola alle donne?
«Mai state zitte», è la risposta che rimbalza dai siti del pensiero femminile. Però la discussione, rimasta sottotraccia, ha avuto bisogno del detonatore di Arcore per diventare pubblica, di piazza. E per articolarsi ora, più passano i giorni, in un ventaglio di posizioni anche molto critiche: il no della filosofa Luisa Muraro alla manifestazione di domenica prossima, il suo invito «a non far scadere la politica nel moralismo», amplificato dalle migliaia di contatti su Facebook, ha aperto il fronte del dissenso. «A livello personale - riflette Chiara Gamberale, 33 anni, scrittrice - l'urgenza di un dibattito sull'identità (e la dignità) delle donne, in tv e non solo, l'abbiamo sentita in molte. Insomma, io l'ho sentita: ma l'ho vissuta come sono abituata a vivere tutto, fra me e me, curiosa ancora prima che scandalizzata, senza cioè utilizzare lo strumento del moralismo per comprendere quello che stava succedendo». «Ecco, molte giovani donne hanno il terrore di essere considerate moraliste - incalza Dacia Maraini, 74 anni -. Ma perché l'indignazione morale si trasforma così automaticamente in moralismo? Chi lo stabilisce? Perché tanta paura di mostrarsi indignati di fronte alla quotidiana offesa alla dignità femminile? Si tratta di una timidezza verso il giudizio comune da parte di chi come donna non ha mai avuto certezze storiche? Si tratta di paura? Difficile dirlo. A volte questo terrore paralizza».

Un confronto fra generazioni e sensibilità diverse che porta ad una prima divisione: alla manifestazione che domenica prossima toccherà molte piazze italiane, Maraini ci sarà, Gamberale no (mentre a Milano, ieri, avrebbe voluto esserci).
«La società ha purtroppo diseducato la mia generazione ai riti collettivi - risponde Gamberale -. Mi domando se l'individualismo che ho sempre ritenuto un'inclinazione del mio carattere non sia invece il frutto, se non velenoso comunque un po' marcio, di questa diseducazione».
Maraini: «C'è sempre la goccia che fa traboccare il vaso. Ma questo ha a che fare con le reazioni di massa. Per quanto riguarda me, sono anni che scrivo di questo degrado, ma è come parlare al muro. Per fare un esempio, praticamente ogni anno ho scritto uno o due articoli contro lo spazio che la televisione dà al concorso di Miss Italia che per me è una delle forme della reificazione del corpo femminile. Ma non è servito a niente. Solo quando la voce individuale si unisce a quella collettiva, diventa udibile. Le donne come Paese, come collettività, è vero sono state ferme e zitte in questi anni. Un poco perché non vogliono sentirsi moraliste, lo abbiamo detto. Un poco perché gli uomini che frequentano, che amano o da cui dipendono economicamente non vogliono sentire parlare di rivendicazioni: una cosa da "femministe isteriche". C'è stato un lavoro culturale di addormentamento delle coscienze che ha agito sia sugli uomini che sulle donne. Ma è una cultura molto fragile, basta poco per mandarla in frantumi».

Sta nascendo un nuovo movimento delle donne? Con quali riferimenti, se la politica, soprattutto per i giovani, è sempre più un'astrazione?
Gamberale: «Un movimento non può nascere contro qualcosa come il comportamento delle ragazze di Arcore. Quando la bufera sulle escort sarà passata, finirà anche il movimento? Come cittadina sono indignata dalla Minetti, con relativi stipendi e cariche, ma come donna non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa la propria testa, il proprio corpo e il proprio cuore in modo diverso da come ho scelto di fare io. Chiedo basi più solide, più condivise: il maschilismo imperante, il lavoro femminile che non c'è, la discriminazione, queste sono le cose per cui lottare. La mia generazione (ma forse dovrei dire non-generazione) è fatta di persone che vivono ciascuna nel proprio mondo, il moralismo non ci appartiene. E questa è una delle poche cose che ci accomunano».
Maraini: «Io alla manifestazione ci sarò, non occorre essere d'accordo al cento per cento per andarci. L'ho provato sulla mia pelle: le voci femminili, se sono isolate, non contano. La voce delle donne ha peso solo se ha dietro un sentire comune. Non stiamo facendo alta filosofia, stiamo parlando di un movimento di opinione che in questo momento va sostenuto perché è il solo modo che abbiamo per dire basta. La politica c'entra poco, questa è solo indignazione contro il degrado del Paese. Non è una manifestazione contro le donne di Arcore, al contrario: loro sono le prime vittime di questa cultura che vogliamo cambiare».

Rappresentate due generazioni diverse. C'è stato un passaggio di testimone da una all'altra oppure qualcosa nel racconto femminile si è interrotto?
Gamberale: «Devo moltissimo alle donne della generazione di Dacia, anche se forse non me ne rendo conto. È lì che il testimone rischia di scivolare di mano alla mia generazione: nel pensare, a livello inconscio, che il grosso sia già stato fatto».
Maraini: «Io ho continuato, con una fedeltà quasi grottesca alle mie idee, le battaglie per difendere la dignità delle donne. Coi miei libri, con il giornalismo, con le tantissime conferenze, dibattiti, incontri con le scuole, convegni. Quindi credo che qualcosa passi da una generazione all'altra. Ma forse non abbastanza. Dall'altra parte c'è la forza massacrante della tv, ci sono i modelli delle donne bellissime, ricche, ammirate, desiderate, che fanno uso di un linguaggio della seduzione proposto dalla cultura di mercato che si propone come l'unica vincente. E le giovani più sprovvedute, meno preparate a difendere la propria autonomia, credono sinceramente che quella sia la sola possibile espressione della femminilità su questa terra».