Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'Unità del 22 agosto 2009

"Alzare la voce contro discriminazioni e misoginia"

di Dacia Maraini

Nadia Urbinati ha gettato il sasso nelle acque stagnanti della politica che riguarda le donne italiane. Ha riscoperto un grande sentimento: l’indignazione di fronte alla quotidiana misoginia che si sta trasformando in razzismo aperto, sancito da nuove leggi di intolleranza. Nadia Urbinati si stupisce che le donne a cui si rivolge proponendo di fare qualcosa subito, la invitino ad aspettare l’autunno. Ma il paese va a rotoli adesso e bisogna agire subito. Dopo sarà troppo tardi. La risposta è un inquietante silenzio. «Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica». La consapevolezza della gravità del guasto appare sempre piu larvale, l’atteggiamento comune essendo la resa, come di fronte a una fatalità. Tanto, non c’è niente da fare, le dicono. Nadia lo chiama «il senso dell’inutilità dell’agire collettivo». «Ma dove sono le donne?» continua «in questa democrazia in declino dove si parla di donne per dire delle escort, delle ragazzine nel bagno del presidente che telefonano alla madre per raccontare contente, “mamma sapessi dove sono”!»… A tal punto il degrado.

La cosa più avvilente è che l’opposizione non ha trovato una voce altrettanto convincente. Balbetta, si contraddice, tace. Negli ultimi mesi, come dice Nadia «solo l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di fare infuriare il tiranno, l’opposizione no». Persa nelle sue battaglie interne, lascia spazio solo a un «nuovo populismo giustizialista». Insomma «siamo orfani di politica». Ormai valgono solo «i conti in banca, lo scambio di favori». Aggiungerei l’idea orribile che tutto si compra e si vende, non solo i corpi delle donne, ma anche le idee, il consenso, la morale, la verità. Nadia la chiama una «trasformazione molecolare». Vista dall’estero «l’Italia non ha piu niente da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia».

Le donne sembrano intente soprattutto al lamento. Ma lamentarsi è facile, dice Nadia, non costa nulla. Proporre una soluzione significa invece assumersi una responsabilità, «pagare il prezzo di una decisione». Aggiungerei che spesso il silenzio delle donne ha una matrice di sconforto, di rabbia trattenuta, di paura e di solitudine. Le analisi, le stime, le constatazioni ci sono ma è come se stentassero a trasformarsi in giudizi e azione. In un periodo in cui le ideologie sono morte, l’utopia è sepolta e le speranze sono malate, si fa fatica ad avere fiducia nel futuro. Un sistema organico di idee porta a credere nella protesta in sé, come fattore di crescita collettiva: io protesto e pretendo anche se ho poche speranze di ottenere ciò che voglio perché è giusto farlo, perché chiedo a me stessa e alle mie simili di farlo, perché credo, nonostante le apparenze e le previsioni pessimistiche, nell’importanza di una politica in cui il dissenso è essenziale, perché faccio parte di una comunità di sesso troppo ingiustamente trattato in tutto il mondo.

Quante donne si rendono conto che la misoginia sta crescendo, si sta gonfiando assieme ad altri razzismi contro il diverso, l’estraneo? Forse più di quelle che immaginiamo. Ma la paura di apparire moraliste, di apparire rompiscatole e presuntuose, le trattiene dall’esprimere la rabbia che hanno in corpo.

Il razzismo sta entrando, con allegra disinvoltura, nella vita di tutti i giorni, e sta dettando le sue regole. C’è qualcuno che addirittura pretende di farlo diventare legge del paese. Una legge di intolleranza e odio verso l’altro. Le donne, come al solito, saranno le prime a farne le spese. Perché la misoginia è la piu subdola di tutti i razzismi, la più contraddittoria, la più difficile da rilevare, soprattutto quando è entrata con tanta prepotenza e agio nella mentalità collettiva. Proprio ieri è stato raccontato dai giornali che in Afganistan, per ottenere i voti dei talebani moderati, sono state accettate leggi aberranti come quella che permette al marito scontento della moglie di lasciarla morire di stenti. Potrà privarla del cibo oltre che della libertà.

Sono cose lontane, obietta qualcuno, non ci riguardano. Senza pensare che, in un mondo globalizzato le idee corrono piu veloci delle rondini. E fanno il nido ovunque, da un continente all’altro. La nuova scintillante misoginia può prendere le forme dell’intolleranza maritale in Afganistan, ma subdola si insinua al di qua di montagne e mari per rivelarsi attraverso programmi televisivi, attraverso nuove normative psicologiche, attraverso lo stabilirsi di modelli insultanti per le donne. Si dimentica fra l’altro che anche da noi, paese sviluppato che si pretende emancipato, si pratica una mattanza silenziosa: ogni due giorni una donna muore per mano del marito, dell’amante, del compagno di vita, per la semplice ragione che ha mostrato di desiderare la propria libertà al di sopra di una sudditanza anche se ben compensata.

Non è che manchino donne intelligenti, consapevoli, che parlano ad alta voce. Ma lo strepito è tale che le voci singole non passano. Solo una massiccia protesta di massa potrebbe suscitare qualche inquietudine, qualche ripensamento. Soprattutto creerebbe quella consapevolezza di genere che è tanto importante per affrontare nuove e vecchie misoginie e discriminazioni.