Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Repubblica del 1 febbraio 2011

Se l'universo femminile si ribella su Facebook

di Michela Murgia



In questi giorni oltre centocinquantamila donne hanno accettato l'invito a sostituire l'avatar personale di facebook con il volto e la storia di una donna da cui si sentivano rappresentate. Sugli schermi di tutti sono apparsi nel giro di pochi giorni migliaia di volti e di storie di donne che la maggior parte degli utenti non aveva probabilmente mai sentito nominare. Da Eleonora d'Arborea, la legislatrice sarda che nel 1300 aveva già creato leggi che punivano lo stupro e vietavano il matrimonio riparatore senza il consenso della donna, a Laura Bassi Verani, che nel 1732 divenne la prima ad avere una cattedra universitaria in Europa, fino a Alison Lapper, artista focomelica chea metà del secolo scorso rifiutò le protesi che dovevano renderla più accettabile agli altri, arrivando fino a usare sé stessa come modella per combattere contro l'imposizione di un unico canone di bellezza femminile. Sono centinaia i volti di scrittrici e poetesse, scienziate e guerriere, artiste e matematiche; ma in mezzo a queste donne straordinarie ci sono anche nomi comuni di nonne, madri e amiche delle donne che stanno partecipando, nessuna famosa ma tutte importantissime voci di questo gigantesco controcanto corale.
I soliti snob avranno detto che è la democrazia del click, che non cambia di una virgola le storture del mondo in cui viviamo, ma io non sono d'accordo. Preferisco riconoscerci la creatività delle donne messa all'opera in un colossale esercizio di contronarrazione collettiva, con un contagio virale e vicendevole fatto di storie che la tv non racconta, a cui i giornali non danno mai spazio, che non entrano nei dibattiti dei talk show e che anche sulla rete bisogna andare a cercarsi. Le donne raccontano sé stesse nella vita e su internet, l'unico medium dove ancora sia possibile farlo senza che una telecamera ti inquadri una parte del corpo mentre stai dicendo quello che pensi.
Queste donne sono tutt'uno con quelle che scenderanno in piazza il prossimo 13 di febbraio. La loro narrazione è la medesima e ribadisce con chiarezza un concetto che vorrei vedere riflesso su tutti gli striscioni, sui cartelli e sui volti di quanti, uomini e donne, a quella manifestazione parteciperanno convinti: "Noi siamo un'altra storia".
Per questo, a chi dice che quello che si vede sui giornali da settimane a questa parte offende le donne, vorrei dire di no, che si sbaglia, che non è vero. Nessuna donna normale si riconosce nel grottesco fondale di cartapesta contro il quale si muove il caravanserraglio di veline che circonda Silvio Berlusconi. E' vero invece che quello che si è visto - cioè l'immagine di un preciso tipo di donna, avvenente secondo i canoni televisivi, venduta, offerta, comprata, mantenuta e zittita a suon di milioni - è prima di tutto una grottesca proiezione dell'uomo che la sogna. Vi si intravede un maschio che abita un universo femminile deforme, fatto di seni e labbra ipertrofiche e di travestimenti da gag in un immaginario colonizzato da You Porn. Se è vero che il signore di Arcore è metafora dell'Italia che ha governato per quasi vent'anni, allora quella che stiamo vedendo è la parabola a precipizio di un paese invecchiato male, senza più fantasia e ansioso di rassicurazione. Un paese che si specchia in un uomo che ha bisogno di vedere gli altri ridere per credere di essere divertente, e che sa che la sola lealtà che può aspettarsi sta dentro la misura di un bonifico. Uno così non può offendere le donne che siamo e che vogliamo essere. Al massimo può volgere al femminile la triste caricatura di sé stesso.