Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'unità del 20 agosto 2009

"Primo: rompere il silenziatore su ciò che fanno le donne"

di Livia Turco

Ritessere le fila di una forza collettiva e di un progetto condiviso di donne è l’indicazione emersa dall’importante dibattito ospitato de l’Unità in questi giorni. Credo che questa sia la questione fondamentale per rompere il silenzio delle donne. Ma di quale silenzio parliamo? Personalmente l’ho avvertito con disagio quando non abbiamo saputo elaborare politicamente e contrastare in modo efficace l’incredibile intreccio sesso-potere-denaro che ha il suo epicentro nel presidente del Consiglio e che ha umiliato sia le donne che le istituzioni.

Analogo silenzio permane sui temi economico-sociali, dell’immigrazione, della sicurezza, delle questioni etiche. Silenzio paradossale perché su di essi le donne hanno eccellenti competenze e saperi, tessono relazioni, costruiscono ogni giorno, nel lavoro e nella famiglia, fatti e azioni di innovazione e di coesione sociale. Perché allora questo silenzio nella sfera pubblica quando in realtà le donne sono il soggetto economico, sociale e culturale più dinamico ed innovativo nella società?

Tento alcune risposte. C’è il silenzio ma anche il silenziatore su ciò che le donne dicono e fanno. C’è il silenzio ma anche la solitudine di ciascuna che nelle commissioni parlamentari, nei consigli comunali, nell’azienda, nella scuola e in famiglia stringe i denti e va avanti. Il silenzio di chi cerca di comporre gli equilibri difficili di una emancipazione che resta incompiuta. C’è silenzio anche perché ci sono stati e ci sono troppi sordi. Nella politica anzitutto.

Dovremmo pure aprire un dibattito con i nostri uomini, quelli attuali del Pd, quelli che sono stati dirigenti di primo piano dei Ds e della Margherita per chiedere loro conto della pervicace sordità nei confronti della elaborazione politica e culturale delle donne. Dobbiamo anzitutto rompere le solitudini, rimetterci in rete per dare valore al tanto che già stiamo facendo. A partire dai temi urgenti che sono anche quelli di fondo: l’equità, lo sviluppo, l’etica della cura, la convivenza. Dobbiamo rimetterci in moto con una consapevolezza e una ambizione: il berlusconismo come cultura e pratica politica è entrato in crisi.

Noi donne dobbiamo accelerare questa crisi e costruire questa alternativa che non è solo di governo di alleanze e di programmi. Ma di cultura e di senso comune. Di relazioni con le persone e di pratica politica. Alla mercificazione della persona dobbiamo contrapporre la forza delle relazioni umane, all’egoismo il vantaggio della convivenza; al mito del successo la società sobria ed equa; alla solitudine l’etica del prendersi cura. Sono questioni su cui le donne sono maestre. A partire da qui possiamo costruire un nuovo Paese. Pensando al passaggio di testimone, anche nella politica, con le nostre figlie i nostri figli.