Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'Unità del 31 agosto 2009


Lorella Zanardo: «Blog e mail: mezz'ora di protesta ogni giorno per riprenderci la voce»

di Edoardo Novella

«Lavoriamo, più di prima. In famiglia contiamo e decidiamo, più di prima. La famiglia stessa la “reggiamo” più di prima, più dei nostri uomini. Ed è – paradossalmente - questo nostro fare “privato” totale, senza pausa, che ci condanna al silenzio pubblico». Lorella Zanardo è l’inventrice di un piccolo fenomeno che si chiama Il corpo delle donne, un documentario dedicato all’uso pubblico della rappresentazione e della realtà femminile. Fatto in gran parte di spezzoni di programmi tv che raccontano semplicemente quello che già sappiamo, che già abbiamo visto. Ma di cui forse non ci siamo resi conto. Veline, stringendo un po’. Il documentario è online, tradotto in inglese, spagnolo e portoghese. Poi c’è il blog, www.ilcorpodelledonne.net: 240mila contatti. «Roba che ha interessato già il Nyt, l’Independent, l’Herald Tribune e - la prossima settimana – la Bbc» spiega la Zanardo. Che riprende il tema lanciato da l’Unità proprio sul silenzio delle donne. «Il fatto è che siamo impotenti. È come se il prezzo che stiamo pagando per il nostro essere attive dal punto di vista del reddito e della responsabilità nelle nostre case sia il non avere voce. E da questo punto di vista il fattore tempo è decisivo. Siamo iperimpegnate,siamo quelle che in Europa lavorano di più ma che hanno la minor assistenza in fatto di asili, sostegno per gli anziani. Per non dire dello scarso aiuto dei propri compagni. E poi la politica... ».

Sempre colpa della politica...
«Alle donne questa politica svuotata di significato non interessa, perchè non riguarda le cose. In realtà moltissime di noi sono in attesa di poter fare, stiamo scavando... ».

Nel documentario avete sottolineato soprattutto l’umiliazione mediatica del corpo femminile: la donna-oggetto. Ma non esiste anche un uso consapevole del corpo-oggetto, che sa stare nel gioco non come vittima?
«Distinguerei. Le ragazzine sono umiliate, costrette a esibire la loro succube giovinezza, ma molte donne televisive adulte replicano all’eccesso i ruoli maschili. Una specie di misoginia delle donne contro altre donne. Il punto che è la tv ha imposto un modello femminile a varietà zero. È in grado ormai di produrre cloni che troviamo in strada, comunemente, un numero infinito di Noemi. In questi ultimi 25 anni la tv commerciale è stata l’unico vero educatore perchè né la scuola né tutte le famiglie hanno saputo essere sostegno vero ai giovani. Cosa potevamo aspettarci? La tv ha le sue colpe, ma la domanda è: dove sono gli adulti?».

E l’altra domanda è: che fare? Sul blog ricevete moltissime richieste di un’azione concreta, ma in cosa si potrà esprimere? Ha senso la risposta “torniamo in piazza”?
«Ancora non lo sappiamo. Noto una cosa: siamo in regime di supplenza. Dov’è la politica? Certo che cose da fare ce ne sono. Intanto dico: prendiamoci tutte mezz’ora al giorno per protestare. Mettiamolo come appuntamento nelle nostre agende: inviamo e-mail a Mediaset e Rai per dire che non vogliamo zoomate ginecologiche sulla Belen di turno, scriviamo all’Acqua Rocchetta che il suo spot è offensivo. Dall’altra parte noi de Il corpo delle donne stiamo rinforzando il livello di consapevolezza. Dopo il documentario stiamo preparando un dossier su pubblicità e trasmissioni tv che veicolano messaggi umilianti e degradanti per le donne e sulle donne. Poi stiamo iniziando una collaborazione con gli insegnanti per portare nelle classi una “guida” sui “nuovi occhi per guardare la tv”. Per scrollare la patina di “normalità” con cui si assiste a certi programmi».

Quanto pesa sulla difficoltà di “agire pubblicamente” la battaglia persa nel referendum sulla fecondazione? In fin dei conti più nel “corpo delle donne” che non l’obbligo di impianto di 3 embrioni...
«Certo che quello è stato un momento centrale. Ci ha detto che la politica non parla alle donne nemmeno quando è fatta dalle donne, non sa tradurre in linguaggio chiaro la posta in gioco».

Sul vostro blog molti messaggi sono di uomini. Che provano a loro modo ad uscire dal silenzio. Crede sia un’alleanza necessaria?
«Sì. È con loro che dobbiamo rompere l’equazione “questione femminile”-“ questione di genere”. La nostra voce per una vera dignità, per un vero riconoscimento sociale e politico non è la richiesta di una “parte”. Vogliamo diritti che è la Costituzione a prevedere. In Norvegia il ministro delle Pari opportunità è un uomo. Chiaro no?».