Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'Unità del 9 ottobre 2009

Non c'è più tempo. Dobbiamo reagire

di Lorella Zanardo

Approdo a Praga,alla conferenza Mondiale di donne professioniste e dirigenti, esausta, dopo questi mesi di trincea in Italia. Ormai dobbiamo difenderci giornalmente da una tv indecente, da attacchi miserevoli acome ci vestiamoe al nostro aspetto fisico, da insinuazioni verso una presunta invidia di donne mature verso le veline. Mai mi ero sentita caduta così in basso, così occupata a preservare il nostro diritto fondamentale ad essere rispettatecomepersone,comeindividui. Fortunatamente da qui, le quotidiane battaglie italiane, ormai divenute un corpo a corpo per non farci usurpare anche i diritti acquisiti da anni, paiono lontane. Nell’Aula plenaria siedono 600 donnee anche qualche decina di uomini, provenienti da 60 diversi Paesi: donne che scelgono di incontrarsi una volta all’anno per condividere opportunità e problemi e trovare soluzioni comuni. Donne molto capaci, in grado di innescare cambiamenti, di gestire realtà aziendali importanti, di dirigere con successo organizzazioni internazionali.

I temi sono importanti: la sostenibilità ambientale, gli effetti della globalizzazione sul futuro dei Paesi emergenti, l’utilizzo della tecnologia come strumento di emancipazione nei Paesi in via di sviluppo. Al panel di discussione a cui sono stata invitata Storie e Strategie raccontate da donne in grado di progettare il futuro Genevieve Berger racconta con passione di cosa significhi essere la Direttrice Scientifica di uno dei più importanti centri di Ricerca e Sviluppo di una grande multinazionale, mentre Danica Purg ci affascina sul racconto di come ha costruito la più grande Business School nei Paesi dell’Est, IEDC, affrontando mille difficoltà. Prima di loro Nigel Nicholson della London Business School of Economics relaziona su come possiamo essere fautori diungrande cambiamento mondiale.

Tocca a me ma sono a disagio. Negli anni la percezione del nostro Paese all’estero è andata peggiorando: ora vengo costantemente interrogata sul motivo del silenzio delle donne italiane, sul perché non reagiamo, su come mai accettiamo di non venire rispettate. Così spiego, motivo, mi difendo. Perché proprio noi,midomando? Perché noi italiane, che pur siamo europee, dobbiamo scontare questa umiliazione? «Avete una tv che non dovrebbe nemmeno potersi dire europea» mi ha detto una norvegese. Io so bene che invece le donne italiane stanno reagendo, che sul nostro blog "ILCORPODELLEDONNE" arrivano giornalmente decine di commenti di donnee uomini che protestano.

So anche che alcuni quotidiani stanno reagendo con forza, che la Libreria delle Donnedi Milano haappena pubblicato un «Manifesto del Lavoro delle Donne e degli Uomini» di cui c’è da essere orgogliosi per la lucidità di analisi e la capacità propositiva. Ma pare ancora poco. Da qui sembriamo comunque un Paese vecchio che ancora deve risolvere la «questione di genere»: e per molti Paesi civili avere una tv che non rispetta gli individui e una società che non fa distinguo tra spettacolo e politica, è indice di sottosviluppo culturale. Perché proprio noi, ancora mi domando. Chepur abbiamo avuto unodei migliori femminismi in Europa, che pure siamo bravissime a barcamenarci tra lavoro fuori e dentro casa? Facciamo appello alla Costituzione, chiediamo che le massime cariche dello Stato si occupino della questione femminile con la stessa serietà con cui trattano questioni di importanza vitale per il Paese. Non c’è più tempo.