Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Stampa del 2 ottobre 2016

Raffiguro le donne come sono

di Alain Elkan

Paula Rego è nata a Lisbona nel 1935 e ha sempre viaggiato tra Londra e il Portogallo. Ha studiato pittura alla Slade School of Fine Art e la sua carriera di artista si dipana per mezzo secolo. Commissionata per la mostra «Spellbound» (1996) alla Hayward Gallery di Londra e acquistata dalla Saatchi Gallery, la serie dei «Dancing Ostriches» (Struzzi danzanti) è diventata il contributo di Rego al centenario del cinema in Gran Bretagna. È la prima volta da 20 anni che la serie è visibile al pubblico nel Regno Unito. 

«Dancing Ostriches» è in mostra alla Marlborough Gallery di Londra. Perché ha scelto questo momento?  
«In effetti non l’ho deciso io, ma la galleria. Però è carino rivederla». 

Si dice che questi suoi pastelli siano stati ispirati dal film «Fantasia» di Disney: è vero?  
«Sì, è vero. Ho visto tutti i film di Disney da bambina con mia nonna. Gli struzzi erano una boccata d’ossigeno dopo lo spavento del Monte Calvo con il diavolo o l’Apprendista stregone dove Topolino combinava un guaio dopo l’altro. Nel film di Disney gli struzzi si sforzano di diventare eleganti ballerine e nelle mie immagini anche le donne ci provano in ogni modo, ma sono un po’ troppo vecchie. Anch’io ce l’ho messa tutta perché non sapevo nulla di balletto». 

Come Degas sembra che lei abbia espresso il meglio con i pastelli, ma le sue ballerine sono diverse da quelle di Degas. Si è ispirata a loro?  
«Sì. Al suo meraviglioso uso dei pastelli e al movimento che riesce a infondere nelle sue piccole sculture». 

Si ripete spesso che lei è una sorta di Lucien Freud al femminile.  
«Magari fosse così». 

Sente un’affinità con i suoi ritratti di donne grasse?  
«Amo tutte le sue opere». 

Ci trova una loro bellezza?  
«Sì. Raffiguro le donne così come sono, e così faceva lui. Alcune donne sono più grosse di altre». 

Cosa vuole dimostrare raffigurando la bruttezza e la decadenza fisica?  
«Non è così. Queste sono le donne che conosco». 

Non molte donne della sua generazione hanno avuto una carriera tanto brillante. Come donna è stato difficile diventare un’artista importante?  
«Molto difficile. È stato difficile trovare una galleria per esporre il mio lavoro. C’era chi pensava che avrei rinunciato con la nascita dei figli, ma a 25 anni avevo già tre figli. Li tenevo lontani dal mio studio. Non avevano il permesso di entrarci. Avere figli non mi ha fermato, anzi». 

È stata molto lodata, ma il suo lavoro non le ha fruttato denaro fino agli Anni 80. Da allora la sua vita è cambiata?  
«Sì, è un sollievo avere un po’ di soldi e non preoccuparsi di dover pagare il lattaio. La mia unica stravaganza è comprare vestiti, ma passo la maggior parte del tempo nel mio studio». 

Come ha reagito quando hanno deciso di dedicarle un museo in Portogallo?  
«Mi ha fatto piacere che l’abbiano proposto, perché volevo che ci fossero anche le opere di mio marito. E il museo si è rivelato più importante di quanto avessi immaginato. L’ho chiamato la Casa delle Storie, perché è questo ciò che faccio. Penso che la storia sia molto importante. È il modo in cui comprendiamo la cultura. I racconti folkloristici portoghesi sono quanto di più terreno e crudele possa esistere». 

Quando era bambina, sua madre l’incoraggiava a disegnare sul pavimento e lei ha mantenuto quell’abitudine per anni: è così?  
«L’ho deciso da sola, nessuno mi ha incoraggiato». 

Lo fa ancora?  
«No. Ho cominciato a lavorare in piedi quando ho avuto una modella. Così potevo vederla per bene». 

Ha studiato con due artisti importanti, Auerbach e Hockney. Li sente affini?  
«Io ero alla Slade e non conoscevo Auerbach. Hockney era al Royal College of Art ed è un po’ più giovane. Andai alla sua mostra di diploma e comprai una delle sue incisioni. Allora il suo lavoro mi piaceva molto. Ma non ho alcuna affinità artistica con loro». 

Nel corso della sua carriera è stata influenzata da diversi artisti?  
«Non è una carriera, è uno stile di vita. Sì, sono stata influenzata da molti artisti. I miei preferiti cambiano negli anni. Mio padre mi comprò un libro sul movimento Dada e sul surrealismo che non mi stancavo di guardare. Sono stata influenzata da Dubuffet, Ensor, Goya, ma anche da persone che ammiravo e che ho conosciuto come Diana Cumming e Menez». 

Che tipo di artista è? Com’è cambiato negli anni il suo lavoro?  
«Sono un’artista che racconta storie, non un’artista figurativa. Anche se non mi dispiacerebbe. Con il tempo sono diventata più accademica». 

Cosa pensa del mondo dell’arte contemporaneo? Si sente una sopravvissuta di un’altra epoca o prova un senso di affinità?  
«Cos’è oggi l’ arte? Non provo alcuna affinità con l’arte concettuale. Non potrei fare nulla del genere. Ma non sono di un’altra epoca. Vivo ora». 

È stata applaudita nelle più importanti mostre del Regno Unito. È stato realizzato il museo «Paula Rego» a Cascais e i suoi affreschi in Portogallo decorano gli edifici pubblici. Dove batte il suo cuore?  
«Nel mio corpo».