Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da Non Solo Cinema anno V n.23 del 6 settembre 2009

"Pepperminta" di Pipilotti Rist

Pepperminta e l'orgia cromatica

 

Nella casa dei mille colori vive Pepperminta, moderna Pippicalzelunghe. Rimasta bambina nell’animo, dispettosa e disubbidiente come quando andava a scuola Pepperminta vuole trasformare la vita grigia della città in un arcobaleno di colori. Pipilotti Rist videoartista svizzera presenta il suo primo lungometraggio alla 66 Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti.

Si vede eccome che la regista di Pepperminta proviene dalla videoarte e dalle installazioni, un mondo dove l’audiovisivo partecipa solo in parte alla creazione di un’opera e dove il principale obiettivo è quello di immergere fisicamente lo spettatore. Questo è il principale difetto del film della regista svizzera; aver confuso l’ambito della videoarte con quello del cinema. Nel cinema se con c’è storia ci deve essere emozione, piacere della visione, e tutti gli eccessi si giustificano solo se incanalati in una direzione precisa, un focus (mettere a fuoco infatti è il principale compito dei tecnici cinematografici, il come un discorso secondario).

Il film parla di una giovane disadattata che vive in un mondo pieno di colori dove il contatto con gli altri si riduce a pura sonorità gracchiante. Una serie di episodi fanno da sfondo al viaggio intrapreso da Pepperminta e da altri due amici che assoldati lungo il cammino partecipano al gioco di ridipingere il mondo. C’è Werwen il ciccione e la silenziosa Edna, ma ci sono anche le fidate fragoline, le lumache dalla casa dipinta e un occhio con cui Pepperminta parla e si fa consigliare, occhio in cui risiede lo spirito della nonna. Sembra la versione kitsh dell’isola che non c’è dove il giovane-vecchio Peter Pan ( Robin Williams) in Hook Capitan Uncino giocava con i bimbi sperduti a far apparire sulla tavola leccornie varie. Contemporaneamente però sembra anche di trovarsi in Alice del Paese delle Meraviglie; Alice però non ha ancora digerito l’effetto dei funghi allucinogeni.

Traballa infine anche il codice di genere (surreale?!) che in un finale troppo intento ad autocompiacersi si lascia andare a qualche intermezzo musicale di dubbio gusto.