Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

Da New CULTFRAME- arti visive del settembre 2009

Pepperminta. Un film di Pipilotti Rist. 66a Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia. Orizzonti

di Maurizio G. De Bonis

Non è una novità che un(a) artista, star delle più importanti biennali sparse per il mondo, decida di utilizzare il cinema come territorio per esprimere la propria poetica. Si parla, in questo caso  (e in maniera  generica) di film d’arte, come se non esistessero dei lungometraggi artistici realizzati da veri e propri cineasti. La questione, infatti, non è se un’opera filmica sia più personale e/o alta in base alla provenienza del suo autore (arte e/o cinema). L’argomento da affrontare è se il film possa essere “luogo libero” all’interno del quale un autore (sia che venga dall’arte contemporanea sia che nasca come cineasta puro) possa elaborare un linguaggio autonomo e innovativo, infischiandosene dei codici, degli schemi e delle regole commerciali.

A nostro avviso ciò è possibile, a patto che si discuta di linguaggio audiovisivo e non di cinema, inteso in senso tradizionale.

Prendiamo il caso di Pepperminta, lungometraggio di Pipilotti Rist che ha oltrepassato i confini, per altro indefinibili, dell’arte contemporanea per approdare addirittura all’interno di Orizzonti, sezione della 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

L’artista svizzera ha dato, con questa sua nuova prova, una bella lezione a tutti: cineasti, produttori, artisti, curatori, critici d’arte e cinematografici. Il suo film è un esempio lampante di totale libertà di espressione nell’ambito di una poetica adattabile a linguaggi diversi, anche meticci.

Con Pepperminta, Pipilotti Rist ha dimostrato come quello dell’audiovisivo sia uno spazio creativo estremamente complesso e come la tecnologia digitale, opportunamente utilizzata, sia strumento di straordinaria importanza in grado di aprire nuove frontiere della narrazione visuale. L’impianto sul quale Pipilotti Rist ha basato la sua opera è improntato alla massima libertà. Il racconto, pur seguendo una sua logica interna, appare destrutturato e incentrato sull’impatto visivo delle inquadrature. In sostanza, l’artista/cineasta ha dimostrato come le immagini raccontino molto più dei dialoghi, delle parole, delle storie ben costruite. L’importante è dare un senso autonomo e preciso a ogni inquadratura, a ogni movimento di macchina. Il racconto viene da sé, si evolve con naturalezza tra una deriva visionaria e l’altra. Innumerevoli invenzioni compositive e determinati cromatismi scioccanti fanno di Pepperminta un sogno a occhi aperti, un viaggio psichedelico in un mondo triste, regolamentato e serioso a cui viene data una improvvisa frustata di energia.

 

Il personaggio principale, una ragazza dai capelli rossi e dal volto pulito, è una sorta di veicolo di rinnovamento gioioso dell’esistenza. Pepperminta (il personaggio) ci fa capire che dobbiamo riacquistare il piacere del corpo e della comunicazione, anche fisica, e che per tornare a sperare bisogna inventarsi una realtà a colori (i colori sono ovviamente metafora della forza rivoluzionaria della vita). Questi fattori però dovranno essere mescolati allontanandosi da ogni tradizione. In questo modo, anche l’angoscia della morte scomparirà e il ciclo vita/morte riacquisterà la sua primitiva naturalità.

Una lezione, dicevamo. Non tanto contenutistica in senso banale, quanto piuttosto comunicativa. Il messaggi o dell’opera, infatti, più che dalle vicende paradossali di Pepperminta e dei suoi strampalati compagni di avventura  emerge dalla sostanza estetico/poetica delle scelte visuali, dalla potenza destabilizzante delle inquadrature concepite da Pipilotti Rist. Troverà mai il sistema distributivo cinematografico il coraggio di proporre al pubblico un film così sovversivo e anarchico? Ne dubitiamo.