Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da D-La Repubblica del 5 novembre 2011

Pipilotti Rist: Il mio eden è quasi pronto

E' timida e sfacciata. Ama parlare con gli sconosciutie di solito non rilascia interviste. Tre ore in giro per Zurigocon la vedeoartista più nota del mondo. Parliamo di figli, di uomini e della sua nuova mostra a Milano

di Barbara Casavecchia

Il piacere visivo è merce rara, tra le pratiche gianseniste dell'arte contemporanea. Pipilotti Rist, invece, l'ha sempre praticato sfacciatamente, trasformando le sue videoinstallazioni in panorami lussureggianti di corpi nudi, corolle di tulipani, frutta, colori fluo, mari turchesi, canzoni. Un Eden digitale, come quello proiettato sulle volte della chiesa veneziana di San Stae, a mo' di spettacolare affresco in movimento (Homo Sapiens Sapiens, 2005). Indimenticabile la sua Dorothy adulta, con il vestito azzurro e le scarpette rosse, che passeggiava sfasciando con grazia i finestrini delle auto di lusso, col beneplacito di una poliziotta molto sorridente (Ever is Over All, 1997). Miscelando flower power e girl power, femminismo e nuove tecnologie, Rist sfrutta il potere sovversivo dell'ironia: come alla Hayward Gallery di Londra, dove per la retrospettiva Eyeball Massage (fino al 8/1, southbankcentre.co.uk), ha acceso lungo le scale esterne una luminaria di mutandoni bianchi, effetto spaccanapoli, per accompagnare il pubblico fino all'ingresso. L'incontro è a Zurigo, la sua città, dove sta lavorando alla prossima mostra, promossa dalla Fondazione Trussardi (a cura di Massimiliano Gioni, dal 9/11 al 18/12, fondazionenicolatrussardi.com), con la quale trasformerà in lanterna magica una vecchia e gloriosissima sala del centro cittadino milanese, chiusa da anni: l'ex Cinema Manzoni. Appuntamento al Restaurant Bauschänzli: varcata la soglia, è piena Oktober Fest, con maître in braghe di cuoio, cameriere di nome Heidi e ghirlande gialle e blu. Pipilotti arriva puntuale, le mani che corrono a coprirle la bocca appena mette a fuoco il décor. È minuta, i capelli castani raccolti, gli occhi azzurri nascosti dietro agli occhiali, una giacca rossa con un numero di telefono scritto su una manica, pantaloni viola. Si chiama e si veste così da quand'era piccola - Charlotte Rist è nata a Grabs, un villaggio svizzero vicino al confine con l'Austria, nel 1962 - per amore dell'amata Pippi Calzelunghe. Iniziamo a ridere e non smettiamo più: le parole corrono a ruota libera, rimbalzando dai figli ("Himalaya Yuji dice che da grande vuole fare il calciatore o il pittore. Il video artista, no, perché si sta troppo poco con la famiglia"), alle condoglianze per la politica italiana, al suo hobby preferito: parlare con gli sconosciuti. La conversazione prosegue davanti al caffè che insiste per offrire, poi in tram, fino al tavolo della cucina del suo grande studio seminterrato. Una Wunderkammern ordinata, piena di scatoloni, di abiti, di schermi dove monta i video insieme agli assistenti, di armadi con i nastri beta riversati, maquette precissime degli spazi espositivi. La mostra di Milano è tutta lì, come una casa di bambole del Duemila. "Dell'Italia mi ricordo i viaggi da piccola, coi miei fratelli. Papà faceva il medico e d'estate andavamo a trovare le famiglie dei suoi pazienti, finendo col dormire in giardino, sotto le stelle. Se chiudo gli occhi mi ricordo ancora il profumo".
È a Milano che l'ho vista la prima volta, durante una conferenza alla Triennale, nel '97. Era così agitata all'idea di parlare in pubblico, che venne accompagnata da sua madre Anna. E cominciò citando un haiku giapponese. Non proprio la riot girl che ci aspettavamo...
"Sì, sono timida. E adoro il Giappone. Ci sono stata anche dopo la catastrofe di Fukushima, per un progetto sull'isola di Teshima (Your First Colour, 2011). Ho pensato che sarebbe stato brutto non presenziare all'inaugurazione proprio in questo momento. È un paese che ha un senso di responsabilità fortissima rispetto alla collettività. E un'estetica meravigliosa, che va oltre la simmetria".
Da giovane era una grande fan di John Lennon e Yoko Ono. Ha guardato anche ad altre artiste giapponesi, come Yayoi Kusama, coi suoi film psichedelici e la sua voglia di rompere gli schemi?
"Gli anni Sessanta erano machisti, non solo in Giappone, e spesso le artiste faticavano a trovare la propria strada. Al museo di Toyota ho ritrovato i lavori di Shigeko Kubota, protagonista di Fluxus e moglie di Nam June Paik, che nel '65 diede scandalo a New York con una performance durante la quale dipingeva con un pennello infilato tra le cosce".
Quando ha iniziato, conosceva già i precedenti di queste artiste?
"No, ho ricostruito molto a posteriori. Io ho studiato fisica teorica, poi graphic design a Vienna e visual design a Basilea. Agli inizi non avevo idea che stessi facendo arte. Lavoravo per un'industria chimica, facevo animazioni in Super 8 e suonavo con una band punk, Les Reines Prochaines. Erano gli anni Ottanta, tra musica e grafica trovavi sempre il modo di fare qualcosa".
Sapeva usare la tecnologia a menadito, e persino ironizzarci su.
"Mi sono sempre piaciute le macchine. Quando lavoravo come tecnico video alla Ciba-Geigy, il mio capo - che oggi ha 85 anni e sento ancora - mi aveva autorizzato a usare tutti i macchinari di notte. "Non può essere troppo difficile", mi sono detta, "i tecnici non hanno l'aria dei geni, da queste parti, anche se fanno i galletti". Oggi è più semplice: se hai un problema, puoi trovare la soluzione su internet. Eppure molte donne pensano ancora di non saper configurare la loro posta elettronica".
Perché ci caschiamo ancora?
"Credo che inizi a scuola. Ho letto una ricerca che sostiene che di fronte alla stessa domanda, un bambino risponde anche quando non è sicuro, una bambina solo se ha la risposta giusta. Si vede che per natura, il testosterone dà più autostima (ride)".
Uno dei suoi primi video, dell'88, s'intitolava Gli errori di Pipilotti
"No, il titolo completo era Assoluzioni: Gli errori di Pipilotti. Perché la nostra paura peggiore è di sbagliare, di essere escluse, di non essere amate. Ci sono molte aree della mia vita nelle quali anch'io mi sento così, ma in rapporto alla tecnologia, per fortuna no. E comunque è un terrore generazionale che sta sparendo. Se pensi che siamo sulla Terra solo da 200mila anni (ride)".
Nei suoi video lo sguardo si concentra sul suo corpo, ripercorso palmo a palmo. È un modo per riportare all'esterno quello che sente, o un gioco a rimpiattino con lo specchio delle proprie brame, il narcisismo dell'artista?
"Il mio è un lavoro introspettivo. Non ha un significato universale, ma credo che si possa comunicare con tutti solo quando ci si mette in gioco. È rischioso, e la linea sulla quale verifichi se qualcun altro si rispecchia in ciò che fai è molto sottile. Bisogna stare attenti a non caderci, nello specchio. Quella sul narcisismo è una domanda gigante, difficile. Perché produciamo cultura, da sempre? Perché siamo isolati e incerti rispetto a cosa provano gli altri. Per me le immagini, i movimenti, i ritmi e i colori dei miei lavori si avvicinano a quello che non vediamo. Al sangue che ci scorre dentro, alle sensazioni più intime".
Sembrano palestre di rieducazione alla sensibilità.
"Sì, allenamenti estetici, al "sentire". La parte primitiva del nostro cervello è vicina all'area che controlla il senso dell'odorato. Con certi profumi o immagini, riaffiorano i nostri ricordi d'infanzia. Forse non sono precisi, ma ci rendono l'intensità della concentrazione con la quale guardavamo le cose da piccoli. Quando il mio lavoro produce questo effetto, sono felice".
Le sue installazioni sono immersive: proiezioni su teli, soffitti, pareti di intere stanze, da vedere sdraiati a terra su cuscini. Sembra di entrare in un sogno a occhi aperti. O forse in una tv.
"Credo sia importante creare un ambiente dove non tutto si veda al primo colpo e ci si possa muovere liberamente. Come a Milano, dove avrò a disposizione un intero cinema".
Uno dei primi in Europa ad adottare uno schermo Cinerama. C'è una specie di parabola storica in questo, del genere Video Killed the Movie Stars?
"I media legati alle immagini in movimento sono legati alla storia, non solo dell'arte. Personalmente mi interessano anche i rituali collettivi, il modo in cui si guardano certe immagini".
Spesso lavora riallestendo pezzi precedenti, ricombinandoli come tessere di un tangram, il gioco cinese.
"Quando ho iniziato a realizzare le mie prime installazioni, negli anni Novanta, le consideravo dei set, dove le scenografie si possono remixare all'infinito. Per me sono rimaste unità mutevoli, anche nel tempo, perché tra cinquant'anni tutte le tecniche saranno diverse".
È anche un modo per resistere all'imperativo commerciale di sfornare in continuazione cose nuove, da consumare velocemente. Per prendersi il suo tempo?
"È una cosa che faccio. Dal 2002 al 2003, dopo la nascita di mio figlio, ho fatto una lunga pausa e sono andata ad insegnare alla Ucla di Los Angeles, su invito di Paul McCarthy. Il prossimo anno vorrei farne un'altra: congelare il lavoro, chiudere lo studio e andare a vivere in Inghilterra, nel Somerset. I miei galleristi e amici Iwan e Manuela Wirth abitano lì coi loro quattro figli. Così non dovrò ricominciare da zero."
Anche Cattelan ha annunciato di volersi ritirare. La colpisce che la vostra generazione, che ha cercato di reinventarsi un rapporto diverso col pubblico adesso sembra un po' stanca? Forse la logica dell'intrattenimento va ripensata? D'altro canto, vuole anche dire che avete raggiunto una discreta tranquillità economica.
"Lo so, sono fortunata, per moltissime donne non c'è alcuna possibilità di scegliere. Io ho deciso di dividere la mia vita in piani quinquennali. Di media, ognuno ne ha a disposizione sedici e io ne ho già vissuti dieci. Come ha detto, lavoro spesso su lavori precedenti. Ora sento che devo fermarmi a cucinare, perché credo di aver usato i miei ingredienti e mi va di ripensare a cosa voglio fare. Certo, avere un nome offre molti vantaggi. Ma negli ultimi anni mi sono ritrovata a mediare tra quello che volevo e potevo fare: grandi spazi, budget sempre più risicati, l'obbligo di dare il massimo".
Musei come la Tate hanno milioni di visitatori ogni anno, ogni anno la Biennale di Venezia supera il record d'ingressi. L'arte contemporanea sembra comunque in crescita.
"Credo che siano delle eccezioni, da contare sulle dita di una mano rispetto alla miriade di piccole gallerie e spazi espositivi dove si fanno salti mortali. E anche per quanto riguarda le eccezioni, come le biennali, bisognerebbe dirsi la verità, cioè che a pagarle sono gli artisti e le gallerie, non le tasse o i soldi pubblici. E questo non mi sembra onesto. Tanta "grandezza" non è autosufficiente sul piano economico, quindi non funziona".
Si rimetterebbe mai a studiare?
"Se potessi, mi occuperei di neurologia e oftalmologia. Il Cern di Ginevra ha attivato un piano di residenze per artisti, dove mi hanno invitata a parlare con degli scienziati, per mettere in dialogo le rispettive strutture mentali. È affascinante, un modo diverso di intendere la ricerca".
Anche il titolo della sua mostra a Milano, Parasimpatico, allude al cervello.
"Il sistema nervoso vegetativo si divide in simpatico e parasimpatico, che funzionano come vasi comunicanti. Il primo reagisce più direttamente agli stimoli esterni, agendo su pupille, peli, battito del cuore. Si attiva sulle opposizioni, come buono/cattivo. Il secondo si occupa della digestione e supporta il nostro subconscio. Quando sogniamo, è in piena attività. O quando mangiamo troppo, come oggi (ride). Faccio un altro caffè?".
Sono tre ore che parliamo...
"Ma avrò detto qualcosa?".