Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica dell'8 novembre 2011

Pipilotti, l'allegra diva della videoarte riaccende le luci del cinema Manzoni

di Cristiana Campanini

Mutande colorate appese al lampadario. Bolle di fumo sui gradini. E sullo schermo un volto gigantesco e deformato che tenta di liberarsi. Sono immagini fantastiche, tra astrazione e new age, di Pipilotti Rist, una delle più interessanti videoartiste contemporanee. Riapre con le sue opere il cinema Manzoni, una delle storiche sale milanesi, chiuso da cinque anni, e forse destinato a nuovi usi commerciali. Il pubblico potrà rivedere per poco più di un mese (inaugurazione stasera alle 18.30) le splendide sale Déco e razionaliste, non a caso vincolate dalla Soprintendenza, grazie alla Fondazione Trussardi, che le ha scelte per la sua nuova mostra site-specific, con cui riscopre e rianima un luogo dimenticato della città. Cresciuta a Grabs nel 1962 nella campagna svizzera vicino al confine con l' Austria, Elisabeth Charlotte Rist vive a Zurigo con il figlio Himalaya. Nome eccentrico come il suo soprannome: Pipilotti è la somma dei nomignoli affibiatele da bambina: Lotti, da Charlotte, e Pippi, da Pippi Calzelunghe, proprio come lei. Un po' modella e un po' maschiaccio. Una ragazza terribile con un' educazione protestante che trasforma il video in un' estensione del suo corpo. I primi filmati sono in Super 8, ispirati a Yoko Ono e a pionieri della videoarte come Nam June Paik. Dal 1988 al 1994 canta con le Les Reines Prochaines, band femminile poppunk con influenze klezmer. Anche i mondi della musica e del videoclip nutrono il suo lavoro. La mostra inizia nel foyer, dove Pipilotti sospende un lampadario sui generis. Stende file di mutande come panni al sole e le illumina come lanterne cinesi. «Sono templi di un luogo sacro, il luogo dei nostri ritmi vitali, dove tutto ha origine», spiega l' artista che nel 2009 ha vinto il Premio Joan Miró e oggi è festeggiata da una retrospettiva alla Hayward Gallery di Londra. Caleidoscopico, viscerale, acquatico, il suo lavoro esplode di energia, come lei, sorridente, sfrontata e ironica. Sui primi scalini ci accoglie una macchina di bolle di sapone che esplodono in nuvole di fumo bianco, gli ultimi soffi vitali del cinema. E nell' oscurità emergono i primi video. Sono frammenti astratti, sequenze oniriche popolate di figure femminili che si espandono in visuali multiple nell' architettura. «Sono i fantasmi della memoria del cinema». La mostra, già nel titolo, Parasimpatico (parte del sistema nervoso che presiede al sonno, alla digestione), invita all' abbandono. «Vorrei che le mie immagini fossero assorbite con il corpo e con la mente». Il soffitto dello scalone, decorato con un trionfo di simboli classici stilizzati a stucco, ospita Lobe of the lung (già al MoMa di New York nel 2009). Una cover della musica di Chris Isaac Wicked Game, cantata dall' artista stessa, ci attrae come il canto di una sirena. Alti video sono nel bar, sulle scale della galleria, nelle toilette, ma la sala cinema è il fulcro della mostra, un gigantesco planetario. Al posto degli astri fluttuano bolle e brandelli di corpo. Il grande schermo proietta il viso dell' artista schiacciato contro un vetro come per liberarsi ( Open my glade, nato nel 2000 per uno schermo gigantesco di Time Square a New York). La volta affrescata con una scena mitologica dal pittore istriano Nicolò Segota ospita invece la vaghezza liquida e psichedelica di Homo Sapiens Sapiens (già proiettata sulle volte della chiesa veneziana di San Stae nel 2005). Pipilotti racconta il mistero del corpo in modo immediato. Non prende mai distanza dal pubblico, non è elitaria. Tutta la sua opera avvolge, abbraccia, scuote, come una canzone. In un tentativo (molto Fluxus) di avvicinare arte e vita.