Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


da la Repubblica del 15 gennaio 2010

Una Regina dell'arte in viaggio nel Futurismo

di Chiara Gatti

Dietro un aspetto fuori moda nascondeva una mente all'avanguardia. Strizzata nei suoi abiti romantici, con una mano si aggiustava il cappellino di paglia sulla testa, mentre con l'altra piegava virilmente fogli d'alluminio per forgiare figure scultoree di una modernità straordinaria. Questa era Regina Cassolo Bracchi, in arte solo Regina (1894-1974). Una donna imprevedibile. E un'artista affascinante. Forse la più affascinante fra le "signore" del Futurismo, visto che la sua adesione al movimento, voluta da Marinetti e siglata a Milano nel 1934 con la sottoscrizione del manifesto dell'Aeroplastica Futurista, fu il frutto di una necessità intellettuale e non di un capriccio modaiolo... che "faceva chic", come confessò più tardi Barbara, collega pittrice e pilota. Intanto che Barbara trasvolava i mari, munita di grinta e tuta da aviatore; e che Benedetta, la moglie di Marinetti, si firmava con un nome da uomo e celebrava nelle sue tele la velocità dei motoscafi, Regina sfuggiva invece alla vita sociale, chiusa nel suo appartamento di via Rossini al 3, dove s'era trasferita nel '21 dal paese d'origine Mede Lomellina. Qui si divideva fra le mansioni di sposa perfetta e artista geniale. Tanto che la storia del suo bizzarro menage famigliare con il pittore tradizionalista Luigi Bracchi fece il giro dei salotti milanesi, definiti «una singolare coppia di coniugi»: lui impegnato a dipingere paesaggi alla maniera ottocentesca, lei a sperimentare nuovi materiali, latta o plexiglass, e a riempire decine di taccuini d'appunti prima di ritagliare il metallo quasi fosse carta velina, per estrarvi capolavori impalpabili come Aerosensibilità o L'amante dell'aviatore, Donne abissine o Linee di volo. Tutte opere riunite oggi nella più importante antologica dedicata all'artista, che inaugura domani (ore 11.30) alla Fondazione Ambrosetti di Palazzolo sull'Oglio, sede votata a mostre scientifiche di qualità. Curata da Paolo Campiglio, l'esposizione mette in fila 140 pezzi, fra sculture, disegni e quaderni d'appunti, molti dei quali inediti, utilia restituire il percorso creativo di Regina, ma anche la sua storia personale. Di donna che visse sempre un passo avanti. Che, fin dai banchi di Brera, sezionava i fiori per cavarne motivi astratti. Che si ispirò alle novità del Bauhaus, prima che facessero il giro del mondo. Che s'infatuò dei manichini di Marcello Nizzoli, prima che diventasse famoso come designer. Che andava alle mostre di Piero Manzoni già a metà degli anni Cinquanta. E che definiva le sue sculture "concrete", ben prima di aderire (nel '51) alle file del MAC, il Movimento milanese Arte Concreta, coinvolta da Bruno Munari, amico affettuoso dai tempi del futurismo. Proprio agli anni del MAC è riservata una sezione ricca di sperimentazioni su un astrattismo geometrico rigoroso, oltre a opere dalle suggestioni "spaziali", fra cui Sputnik del '52. Da non perdere, l'impennata degli esordi, quando nel giro di pochi mesi passò dai ritratti patinati ai volti in alluminio, miracolo di sintesi e leggerezza.