Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da L'Unità del 13 febbraio 2010

La Regina del secondo Futurismo
Fu una figura argutae dinamica.
Per le sue opere sceglieva carta, latta e alluminio

di Renato Barilli

Le fin troppo numerose mostre indette per celebrare il centenario dalla nascita del Futurismo molto di nuovo non hanno potuto dire sui massimi esponenti del movimento, i Balla e Boccioni e Severini e Depero, ma senza dubbio hanno arricchito la nostra conoscenza attorno al bellissimo sciame di presenze minori che, come una rarefatta coda di cometa, hanno accompagnato i capofila, costituendo globalmente quello che viene detto secondo Futurismo. Ho già lodato una mostra padovana che, incentrata sulla figura di Mino Rosso, però dava spazio a tanti altri casi, interessanti per due ragioni, per un concorde superamento dei confini tra pittura e scultura verso la realizzazione di un tertium, ottenuto con materiali leggeri, volti a contestare i classici marmo e bronzo, e per la volontà precisa di assumere tonalità frivole, ludiche, ornamentali. Tra i vari meriti di questa fase seconda, c’è pure quello di aver consentito finalmente che si esprimessero anche le donne artiste, di cui cercheremmo invano una qualche presenza nella prima fase, eroica e austera, del movimento. Già in quel caso si segnalava la figura arguta e dinamica di Regina, che a dire il vero portava un cognome pesante e provinciale, Cassolo, meglio quindi lasciarlo perdere, e meglio anche andarsene dalla piccola località nei pressi di Pavia dov’era nata, per condurre una carriera interamente milanese (1894-1974). La nota dominante, in una produzione durata un cinquantennio, sta proprio nell’agilità, di mano e di mente, che ha consentito a Regina di balzare di continuo dalle due alle tre dimensioni, di stendere tracce di un disegno tremulo su un foglio, ma poi di ritagliarne sagome pronte a sollevarsi, a inarcarsi, ad occupare volume, ma pur sempre in modi cauti, pronti a indietreggiare e a riadattarsi alla superficie. Accanto alla carta, metalli ugualmente leggeri e malleabili come la latta e l’alluminio hanno risposto magnificamente alle sue esigenze, permettendole di ricavarne arguti ritratti, tranciati nella lamiera con tratto fermo e sicuro, all’insegna della parola d‘ordine del movimento, la sintesi, ma senza rinunciare a qualche deliziosa traccia di riconoscibilità fisionomica, ai limiti con la caricatura.

CREATURE DEL COSMO
Del resto, l’attenzione di Regina, sempre in questi suoi modi sintetici ma gustosi e ammiccanti, è andata a tutte le creature del cosmo, non solo persone, ma anche animali e vegetali, quasi ricalcando da lontano le icone esili, filiformi di un Calder, o i capricci grafici di un Munari, o i trespoli ondeggianti di Melotti. Regina è riuscita ad affacciarsi anche sul secondo dopoguerra, partecipando al clima di austerità geometrizzante che veniva impartito dal MAC, dal Movimento Arte Concreta, ma anche in quel caso l’artista non si è prestata a un rigorismo asettico, anzi, ha approfittato del progresso tecnologico sostituendo la rigidità delle lamiere con le trasparenze del plexiglas, e i profili, pur condotti col tiralinee, non hanno mai mancato di darsi qualche pizzico d’estro.