Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da Il Corriere della Sera del 27 gennaio 2011

Nella sala delle Cariatidi il multimediale diventa il linguaggio della realta' e dei sentimenti. Schermi di tulle per i corpi della Neshat

SHIRIN NESHAT - Women without men / Donne senza uomini

L'artista iraniana a Milano con «Donne senza uomini» Le immagini corrono su un nastro di 15 schermi

di Luisa Pronzato

MILANO - Video, computer, corpo. La multimedialità resta tecnologia, parla di sociale e politico e immerge nella sua capacità quasi umana: coinvolgere nelle atmosfere e nei sentimenti. Il tecnologico si fa poesia. Donne senza uomini , dell'iraniana Shirin Neshat alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano, scorre su un nastro di quindici schermi: cinque donne, comparse delle proprie storie, attraggono il pubblico nel percorso che loro stesse hanno attraversato per conquistare uno spazio di libertà.

HENNE' - La contaminazione tra gli strumenti e la calligrafia medio-orientale delle immagini sono la poetica di Shirin Neshat, artista prima che cineasta, iraniana formata a Los Angeles. «Il linguaggio multimediale è il più stimolante di questo momento, e video, computer e corpo usati insieme mi danno la possibilità di realizzare progetti che siano poetici ed esprimano emozioni nonostante tocchino argomenti sociali, politici, religiosi», dice Shirin Neshat, il kajal pennellato sotto gli occhi come il tratto di un dipinto incorniciato dai capelli corvini folti ma stretti intorno all’incarnato. L’energia del marmo su una figura esile. Un corpo, il suo, come quelli che fotografa e filma, di cui ha ritratto mani, viso, piedi per parlare della complessità del mondo femminile, come in Women of Allah, raccolta di foto trattate con parole all’henné.

BELLEZZA - In sincrono scorrono le videoinstallazioni su cui ha lavorato, tra il 2004 e il 2008, proiettandole in spazi isolati e ha poi riunito per il film (Uomini senza donne) con cui ha conquistato il Leone d’Argento per la regia a Venezia(2009). «Alla base c’è l’idea di libertà, democrazia, indipendenza», dice. Non ha pudore a sostenere che il politico è estetico, se vuole davvero dialogare. «La bellezza è critica, è radicalità critica», dice l’artista che non contesta ma raccoglie i dettagli, li compone in bellezza. E li fa narrare il paesaggio, le difficoltà, le possibilità di uscita.

DETTAGLI - Un velo abbandonato sul marciapiede, un pettine che attraversa i capelli, donne e bambini tra il vapore del bagno turco, sesso consumato senza amore, sguardi di una coppia che litiga. Le storie di Farokh, Zarin, Munis, Faezeh e Mahdokht tornano all’origine della ricerca della Neshat, il corpo femminile, un corpo politico che racconta il bello «ma non può fare a meno di raccontare il brutto», dice Shirin. Nell’installazione alla Sala delle Cariatidi riprendono il ritmo di narrazioni individuali. Ogni storia, ogni pezzo di racconto, frantumato e riunito dal nastro di schermi diventa il coro femminile in cui ci si trova immersi. Farokh, Zarin, Munis, Faezeh e Mahdokht, non sono poi così fragili come le loro vite fanno supporre. Hanno la bellezza delle cariatidi e la stessa forza di sostegno.

STRANIERA - Cinque donne di diversa estrazione cercano di sopravvivere ai destini determinati dagli uomini (padri e fratelli) che governano le loro vite. La vedova che cerca di affermarsi come artista, la sposata a un uomo che non ama, la donna che convive con la paura della sessualità e il terrore della maternità, la prostituta per la quale nessun uomo ha un volto e l’attivista politica, osteggiata dalla famiglia tradizionalista e un’altra incurante di ciò che accade, tormentata da morte e matrimonio. Intorno a loro una rivoluzione sperata, quella che ha seguito il colpo di stato in Iran del 1953. Le donne senza uomini incarnano le ossessioni delle donne dell’Islam, ma Shirin Neshat, donna e straniera per nascita vita e formazione non ha i pregiudizi del mondo Orientale e neppure di quello Occidentale. E porta sui suoi schermi ossessioni e paure che appartengono all’essere donna al di là delle culture.

MARTORIATI - Nel film le cinque storie scorrono nel tempo, nell’installazione milanese nello spazio. Il tempo è contemporaneo. Lo spazio non è il buio della sala cinematografica e neppure quello asettico di una galleria d’arte. È l’immaginario, costruito nell’allestimento, per essere totale. Il dialogo dentro cui lo spettatore è obbligato a vivere è tra il nastro di schermi dove le immagini scorrono (lì ferma,là in movimento e poco avanti ancora immobile) e la Sala delle Cariatdi. Gli schermi sono tulle su cui, a seconda della luce, l’immagine si accentua dentro la cornice o nel contesto. Dentro sono le storie, fuori le caritidi e una sala martoriata, come le cinque donne. L’artista si compiace di usare allegorie e metafore.

GIARDINO - Lasceranno la città per la terra, uno spazio prodigioso. Nel giardino, dove gli uomini non vanno, possono dimenticare i soprusi. «Il giardino, gioca un ruolo centrale nella storia», dice. «Nella cultura persiana è un luogo carico di metafore, richiama letteratura, poesia, misticismo. È un posto segreto in cui allontanarsi dalla banalità e anche politicamente suggerisce uno spazio di indipendenza e libertà. E qui l’ho trasformato anche in luogo dell’esilio». Le installazioni nascono dalla trasposizione del romanzo omonimo della scrittrice iraniana Shahnush Parsipur, pubblicato nel 1989 in Iran e messo all’indice dalle autorità del paese. E le musiche di Ryuichi Sakamoto e Sussan Deyhim suggeriscono le emozioni accompagnando lo spostamento mentale dal privato al politico all’intimo.

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