Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da La Repubblica del 28 gennaio 2011

Le libere donne di Teheran nel film dell'esule Neshat

di Barbara Casavecchia

Nel buio della Sala delle Cariatidi, si materializzano le figure di Zarin, Faezeh, Farrokhlagha, Munis e Mahdokht: sono le protagoniste del film Donne senza uomini dell' artista iraniana Shirin Neshat, premiato a Venezia del 2009 col Leone d' Argento. Tratto dall' omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur (pubblicato in Italia da Tranchida) e girato in Marocco, racconta le vite di cinque donne di classi e aspirazioni diverse, che si intrecciano e ricompongono in un giardino, emblema del «mondo a parte» e del rifugio. Il film è ambientato a Teheran nel 1953, quando un colpo di stato appoggiato dai servizi occidentali depone il presidente Mossadeck per riportare sul trono lo Scià e bloccare la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi.
A Milano, Donne Senza Uomini si ripresenta nella sua forma originaria di installazione video. Le immagini sono proiettate su una dozzina di grandi schermi di tulle scuro, attraverso i quali filtra il riflesso dell' architettura circostante, e accompagnate dalla musica di Ryuichi Sakamoto e dalla voce di Sussan Deyhim. La mostra è promossa dall' assessorato alla cultura del Comune con Change Performing Arts. I due curatori, Elisabetta Di Mambro e Franco Laera, hanno lavorato con Neshat anche alla produzione delle performance multimediali Logic of the Birds e Issar.
«Conosco il libro di Parsipur fin da quando ero giovane, anche se nell' 89 fu subito bandito. Mi ha conquistato il suo "realismo magico", così vicino al mio modo di raccontare per metafore», dice Neshat. Nata in Iran a Qazvin nel 1957, minuta, gli occhi magneticamente bistrati di scuro, vive negli Stati Uniti da quando, a 17 anni, si iscrisse all' università di Berkeley. E' salita alla ribalta internazionale negli anni Novanta, prima con la serie fotografica Women of Allah (nella quale iscriveva testi poetici persiani sulle foto di donne in chador e fucile), poi con le sue videoinstallazioni sulla dialettica tra maschile e femminile nel mondo islamico, come Turbulent e Rapture, che nel ' 99 le valsero il Leone d' Oro alla Biennale di Venezia.
La sua famiglia è rimasta a Teheran: «Tornare a casa è problematico, per me come per migliaia di iraniani. Per via della notorietà e dei temi che tratto, temo di essere su una lista nerae preferisco non correre rischi. Ma non smetto di sperare». E poi racconta: «Sono appena rientrata a New York dal Cairo, dove sto girando un nuovo progetto dedicato alla cantante egiziana Umm Kalthoum, la voce femminile più leggendaria del mondo arabo. E ho passato gli ultimi giorni incollata davanti alla tv, a seguire le notizie sulle rivolte in Algeria, Tunisia, Egitto. Mi sembra di rivedere l' Iran di due anni fa! Sono commossa e preoccupata, ma anche fiera di far parte di questo processo. Artisti, scrittori e registi possono fare molto, raccontando. Quello che mi colpisce è che a ribellarsi ora sono studenti, giovani attivisti, donne, anziché membri di una setta religiosa o di un partito. Persone civili, esasperate da anni di oppressione».
Neshat incontrerà il pubblico domani dalle 17 alle 18 al bookshop vicino alle Cariatidi, dov' è in vendita anche il libro sul film edito da Charta. -