Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da La Repubblica del 12 febbraio 2011

SHIRIN NESHAT
Calvario in cinque stazioni dedicato alle donne islamiche

di Achille Bonito Oliva

Leon Battista Alberti affermava: «L' arte è una forma di difesa per l' uomo». Anche per la donna, sembra dire Shirin Neshat con Women without men, una video-installazione lungo 15 schermi distribuiti nello spazio di Palazzo Reale di Milano, Sala delle Cariatidi. La mostra (aperta fino al 28 febbraio), promossa dal Comune di Milano e Change Performing Arts, è un flusso multimediale di suoni, luci, immagini e musica (Ryuichi Sakamoto e Sussan Deyhim), che assorbe totalmente lo spettatore immesso in un percorso segnato da cinque vere e proprie stazioni. Il film che ha vinto il Leone d' Argento al Festival di Venezia nel 2009, qui viene felicemente disarticolato in diverse installazioni ognuna narrante la storia di una donna: Mahdokht, Zarin, Munis, Faezeh e Farokh Legha.
Shirin Neshat (1957, Qazvin, Iran)si trasferisce negli Stati Uniti all' età di diciassette anni frequentando prima l' Università di Berkeley in Californiae poi vivendo a New York. Dagli anni Novanta inizia un' intensa ricerca sull' identità della donna attraverso la fotografia con Women of Allah, corpi di donne tatuati in calligrafia persiana. Il passaggio al video è inevitabile, come se il tempo dell' immagine in movimento aiutasse a descrivere l' immobilismo di una condizione segregata e arbitraria. Dopo le foto realizzate nel ' 93, ecco i video Anchorage (1996), Shadow under the Web (1997), Turbulent (1998), Rapture (1999) e Soliloquy (1999). Queste opere presentano immagini di corpi velati, uomini e donne, separati tra loro e sottomessi alla violenza e al terrorismo, a leggi che non possono essere trasgredite, pena la morte. Le cinque stazioni costituiscono una sorta di calvario dello sguardo, sottoposto alla visione di un martirio di cinque figure femminili piegate da un destino a cui si può sfuggire solo con la fuga. Partendo dall' omonimo romanzo della scrittrice iraniana Shahnush Parsipur pubblicato nel 1989 e bandito in Iran, Shirin Neshat ambienta anche lei il suo film nel 1953, l' anno del colpo di Stato sostenuto dagli americani e inglesi per il controllo dei pozzi petroliferi e per riportare sul trono lo Shah.
Lo stile costante di un realismo magico aleggia e attraversa l' intero flusso iconografico dell' opera, un sapiente controllo linguistico delle drammatiche storie femminili tra cinema italiano anni Sessanta, documentario americano ed un' apertura verso il simbolismo, il surrealismo, l' espressionismo. Gli slittamenti tra realtà e visionarietà sono continui e assolutamente ben calibrati, uno sdoppiamento tra realtà ed immaginazione che trova la propria saldatura in un sapiente montaggio. La prima stazione è Mahdokht, storia di una donna che oscilla tra la difesa della sua preziosa verginità e il fertile desiderio di maternità. Anche lei, come le altre quattro donne, si rifugia in un giardino lussureggiante e misterioso, una desertica fertilità punteggiata da corsi d' acqua ed alberi sempre verdi. Ecco allora Shirin Neshat, senza alcun disagio narrativo per il passaggio di stile, trasforma Mahdokht visibilmente nella galleggiante Ophelia di Dante Gabriele Rossetti. Qui la pittura preraffaellita si fa scultura, si incarna nella terra come un albero pronta a dare i suoi frutti in una unione con la natura in segno di acquistata libertà. La seconda stazione, Zarin, è la storia di una giovane prostituta anoressica, costretta a subire la violenza maschile e scoprire alla fine un universo letteralmente senza volto. Tale scoperta la porta ad un lavacro per emendare il suo corpo da ogni impurità in un hammam che ricorda un Delacroix senza gioia e lontanamente la Pubertà scheletrica di Munch. Munis è la terza stazione. Descrive la condizione parallela di claustrofobia di una donna dominata da un fratello ultra-religioso e un paese dominato dall' oscurantismo. La donna si ribella e sceglie il suicidio con un volo che la porta a giacere accanto ad un uomo colpito a morte dalla polizia.
Nelle ultime due stazioni, Faezeh e Farokh Legha, assistiamo all' esodo di due donne, di diversa estrazione sociale, da un mondo dominato da stupro e sopruso militare, un lungo viaggio che porta inevitabilmente verso la terra promessa del giardino dove è possibile sostare senza pericolo. Tra sottili citazioni fellinianee simbolismo figurativo queste ultime due storie chiudono il cerchio. Propongono un recinto protettivo per la condizione femminile e nello stesso tempo confermano la definizione parsi del Paradiso, giardino delle delizie difeso dagli sguardi esterni e promessa di ininterrotta felicità.