Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da L'Unità del 7 settembre 2009

Shirin Neshat: «Arte e cinema per non arrenderci mai»

di Gabriella Gallozzi

Le sue donne velate, tatuate, coi fucili in primo piano hanno fatto il giro del mondo. Con la loro carica di denuncia contro gli integralismi religiosi e la drammatica condizione femminile nel mondo islamico. Ora quelle stesse donne sono diventate protagoniste di uno dei film più «tosti» e visionari del concorso: Women Without Men, ispirato all’omonimo romanzo dell’iraniana Shahrnush Parsipur, scrittrice censurata ed esiliata a causa di questo suo testo-denuncia in cui racconta una pagina cruciale della storia dell’Iran: il golpe della Cia del ’53, che portò alla destituzione del premier Mohammad Mossadeng - «colpevole» di aver nazionalizzato il petrolio iraniano - e al ritorno dello Shah Palevi.
Una storia dimenticata che Shirin Neshat, fotografa ed artista visiva, ha scelto di portare al cinema proprio per questo. Continuando, così, il suo percorso artistico «militante» anche sul grande schermo.
E lo fa nel suo stile, qui dai colori saturi e dallo sguardo onirico, attraverso
la storia di quattro donne che vivono ognuna a suo modo quei drammatici giorni di rivolta e repressione nella Teheran del ’53.
Munis, una ragazza con una sua coscienza politica, ma che deve fare i conti con l’isolamento a cui la costringe un fratello tradizionalista e integralista. Zarin, una giovane prostituta che non sopporta più la violenza degli uomini. Faezeh, la più semplice, che assiste indifferenze agli eventi e sogna il matrimonio col dispotico fratello di Munis. E infine Fakhri. La più anziana delle quattro, a sua volta intrappolata in un opprimente matrimonio. «Ognuna di loro - racconta Shirin Neshat - ha qualcosa della mia storia. Ma soprattutto hanno in loro il desiderio di libertà delle donne». Che, ieri come oggi, va ancora conquistata, non solo in Iran.
Corrono le immagini sullo schermo.
Le vite delle quattro protagoniste si intrecciano alla Storia. Corrono i manifestanti sotto i colpi dei militari. Siamo nel ’53, ma potrebbe essere oggi. Le immagini riportano in un attimo alle manifestazioni di questa estate. All’Iran infuocato dalla protesta contro il regime di Ahmadinejad.
Lo conferma la stessa Neshat, infatti.«Sembra unacoincidenza - spiega l’artista - eppure è la conferma di come il popolo iraniano, ancora oggi, continui a combattere per la libertà e la democrazia che nella nostra società ancora non esistono». Il suo stesso percorso artistico, sottolinea, è in questa direzione: «la
lotta per la libertà sia delle donne che subiscono ancora violenza che per l’Iran», in cerca di democrazia. «Nel tempo sono cambiati i costumi - aggiunge - le persone, i contesti, ma la lotta del popolo iraniano continua».
Per questo spiega Shirin «ho fatto questo film. È rivolto alla nostra gente, ma anche al mondo. Perché si sappia che il nostro Paese viene da una storia dolorosa, difficile,ma noi non smetteremo mai di lottare e riusciremo a vincere. Perché non bisogna mai perdere la speranza e questo è il messaggio importante da trasmettere: non ci arrenderemo mai».
E giù uno scroscio di applausi dalla platea di giornalisti per questa donna minuta, esile che ha la forza di un Leone. Quello della Biennale Arte, del resto, già l’ha portato a casa anni fa coi suoi video (Turbolent e Rapture).
E chissà sequesta volta ne strapperà un altro col suo primo film. Per lei quello che conta, del resto, è il valore di denuncia del suo lavoro. E per questo ha scelto la strada del cinema che ritiene «più democratico dell’arte. Il pubblico compra il biglietto e vede il film senza istruzione, senza la necessità di chissà quale cultura. In questo modo la storia può arrivare ad un pubblico più vasto. Può andare oltre. E questa è la mia sfida con me stessa».