Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


Da New CULTFRAME- arti visive del settembre 2009

Women Without Men. Un film di Shirin Neshat. 66a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Concorso

di Maurizio G. De Bonis

Dopo Pipilotti Rist, un’altra grande artista e fotografa contemporanea sbarca nel panorama cinematografico internazionale con un’opera prima di rilievo, seppur non perfetta. Stiamo parlando di Shirin Neshat e del suo lungometraggio intitolato Women Without Men. Si tratta di un progetto che ha avuto una gestazione molto lunga. L’artista iraniana ha tratto la sceneggiatura da un romanzo di Sharmush Parsipur. La preparazione del cast ha preso oltre un anno e mezzo, poiché non potendo lavorare con attori iraniani residenti in patria, Shirin Neshat ha dovuto cercare dei connazionali che parlassero una lingua farsi priva di accento straniero. Teheran, vista l’impossibilità di girare nella capitale persiana, è stata “ricostruita” in Marocco.

Women Without Men è un film che possiede una doppia anima: una formale, legata al concetto di messa in scena e di organizzazione dello spazio in funzione dello stile, un’altra più contenutistico/storicistica, connessa alla raffigurazione del Colpo di Stato orchestrato dalla CIA nel 1953 che portò al potere assoluto lo Scià e il ceto militare.

Proprio in questa doppia dimensione espressiva è rintracciabile la debolezza del film. Mentre il racconto delle vicende delle quattro donne protagoniste è caratterizzato da un’atmosfera onirica ed estetizzante, di gran lunga la migliore dell’opera, lo sfondo storico sembra alquanto raffazzonato, privo di forza visuale, perfino banale.

Si avverte chiaramente la provenienza artistica di Shirin Neshat, la quale non risparmia allo spettatore inquadrature di rara perfezione anche sotto il profilo cromatico. Il colore è completamente privo di sostanza e tale elemento fornisce a ogni immagine un’impostazione onirica che costituisce l’aspetto profondamente coinvolgente del film. Le storie dei personaggi principali sono tutte toccanti, forti, fortemente interiori. Sono quattro donne tutte, a loro modo, sofferenti e in difficoltà, in una società che da qualsiasi parte la si voglia prendere risulta di impronta maschilista. Il problema di Women Without Men nasce proprio perché la cifra poetica delle vicende femminili è contestualizzata nel processo di cambiamento storico in modo tendenzialmente tradizionale, poco incisivo. Ciò provoca una sorta di frizione espressiva che finisce per determinare una specie di disequilibrio dell’intero film.

Ciò che ricorderemo di quest’opera sono senza dubbio le inquadrature sottilmente visionarie concepite di Shirin Neshat e anche la raffigurazione della natura, in particolar modo dei giardini persiani, luogo simbolico che secondo quanto riportato nel press book del film “evoca i concetti di esilio, indipendenza e libertà”.