Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 19 ottobre 2014

Sophie Calle

L'artista che mette in scena "tutto" su sua madre

di Lea Mattarella

«FU una morte dolcissima, la sua; una morte da privilegiata». Sono le parole di Simone de Beauvoir subito dopo la scomparsa della madre, quando scriveva Une morte très douce . Un libro che ti viene in mente visitando la mostra di Sophie Calle M-AdRE, curata da Beatrice Merz e aperta fino al 15 febbraio al Castello di Rivoli. E non soltanto perché nelle sale storiche dell'edificio l'artista francese ha intonato il suo commosso, partecipe e, laddove possibile anche leggero, De Profundis alla madre. È il modo in cui lo ha concepito, con quella presenza irrinunciabile della parola, che evoca storie, racconti, scritture. Ogni opera per lei è il frutto del desiderio appagato di una narrazione. Tutto nasce dalla morte della madre della Calle avvenuta nel 2006 e diventata soggetto di un video, presentato alla Biennale di Venezia del 2007. Lentamente questo tema è cresciuto e al filmato si sono aggiunte installazioni, fotografie, oggetti, scritti, suoni. Questa ossessione di cogliere la morte nell'ultimo respiro, nell'atto finale di una vita, è inevitabilmente destinata al fallimento. Sophie Calle ha cercato di afferrare, di conoscere e far suo il momento della sparizione dell'essere amato, ma, in fondo, altro non ha fatto che trascinarci dentro l'esistenza di questa madre che aveva scelto come immagine da mettere sulla propria tomba una foto in cui fa una boccaccia e come epitaffio una frase come "già mi annoio". C'è una stanza in cui tutto questo emerge in maniera inequivocabile. A occuparla è una specie di lungo tavolo, poggiato su due sedie portatrici di assenza. L'unica presenza è quella della vita di chi non c'è più, quella di una grande fotografia della tomba della madre della Calle che ospita, oltre al suo corpo, gli oggetti che l'hanno accompagnata qui e là nel mondo: qualche Marlboro e dei fiammiferi perché fumava molto; qualche mucca di peluche e di gomma perché le collezionava; il primo tomo della Ricerca del tempo perduto perché sapeva a memoria la prima pagina; una sciarpa di seta di Christian Lacroix perché era vanitosa; la tessera del MoMA perché New York... «Mia madre non mi manca – dice l'artista sorridendo – è sempre con me. Non mi meraviglierei di vederla comparire da quella porta». E in effetti nel visitare la mostra te la trovi davanti in continuazione. Come nella stanza in cui si dà voce ai suoi diari. «Quando mi ha dato i suoi quaderni sapeva che ne avrei fatto qualcosa che avesse a che fare con l'arte. Sono sicura che lei sarebbe felice di questa mostra, le piaceva che si parlasse di lei». Al punto che quando Sophie ha piazzato una telecamera di fronte al suo letto di morte pare che Rachel-Monique abbia detto: "Finalmente!". E in una pagina del suo diario è scritto che la sua unica consolazione di fronte all'«arroganza egoista di Sophie» è sapere che «lei è talmente morbosa che verrà a trovarmi più spesso al cimitero che in rue Boulard ».

La parola che accoglie il visitatore e invade tutto lo spazio museale, ricamata sulle tende, scritta sul cartone da pacchi, incisa, vergata nell'oro o nell'argento, costruita con i capelli (quelli di Sophie) o con delle farfalle è "souci", "preoccupazione". Che è stata l'ultima della madre. «Non preoccupatevi» ha detto prima di andarsene. «Io avevo lasciato lì la telecamera perché non volevo perdermi i suoi ultimi attimi nel caso lei avesse avuto qualcosa da dirmi alla fine. Non pensavo di farne un'opera. Quella è venuta dopo». A questo monumentale progetto lavora da 8 anni, l'ha esposto, in situazioni diverse e con elementi sempre nuovi, per quattro volte: a Venezia, Avignone, Parigi e adesso qui. Ma se le chiedi se sia finito la Calle ti risponde di non saperlo ancora. «Può darsi che mi venga voglia di raccontare qualche altra cosa. Oppure no, non posso dirlo ora».

Se levi la "d" alla parola madre ecco il mare. Per questo, e per l'amore che Monique aveva per l'oceano, qui a Rivoli accompagna il lavoro sulla morte, l'installazione Voir la mer . E se il tasso emotivo era già alto di fronte a questi cinque filmati allestiti uno accanto all'altro, il coinvolgimento è totale. La Calle in una città come Istanbul, circondata dal mare, ha trovato alcune persone che non lo avevano mai visto. Le ha porta- te sulla riva e le ha riprese di spalle e poi di fronte in questa loro prima volta. Quando si girano a guardare te con gli occhi pieni di mare, i loro volti raccontano un'esperienza irripetibile, di emozione, sgomento, commozione, gioia. Sono un vecchio, una donna anziana, una ragazza con un neonato in braccio. «All'inizio volevo farli parlare» dice «ma poi ho capito che era inutile e che sarebbe stato sufficiente mostrare la loro faccia». La scrittrice Sophie Calle in questo caso non ha bisogno d'altro che di immagini. Che hanno la forza di un antico coro, che dicono tutto in pochi minuti. Toccano il cuore e stai sicuro che da lì non se ne andranno più.