Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da L'Unità del 7 agosto 2010

Spiriti tribali ricoperti di fiori
Tra cultura pop e biotecnologia le sculture sgargianti di Anna Galtarossa

di Renato Barilli

Il decano dei critici d’arte italiani, l’ormai ultracentenario Gillo Dorfles, in un saggio famoso ci ha parlato delle “oscillazioni del gusto”. Nulla di più vero, ogni tanti anni è inevitabile che sul fronte dell’arte di punta si abbia un mutamento di tendenze, con addirittura un’accelerazione. Se una volta questi cambiamenti erano legati al ritmo delle generazioni, e dunque intervenivano ogni vent’anni, ora il divario si è spostato sul decennio, o anche meno.
Per esempio gli anni ’90 sono stati dominati dalla cosiddetta smaterializzazione dell’arte, al seguito del triangolo proposto dallo statunitense Joseph Kosuth, ovvero foto, oggetti e parole, niente pittura. Ma di recente si avverte al contrario un fenomeno di rimaterializzazione, rifanno la loro comparsa tessuti, stoffe, comunque elementi vistosi, colorati, provvisti di spessore. A spingere in tal senso, la comparsa in forza delle donne, in cui senza dubbio è atavico un certo attaccamento ai tessuti e agli abiti, e soprattutto di protagonisti provenienti da etnie diverse dalla nostra, si pensi ad esempio ad alcuni attori sulla scena londinese quali Chris Ofili e Yinka Shonibare, esponenti di una cultura africana. Si aggiunga a tutto ciò il nuovo favore rivolto all’ornamento, che viceversa l’austera e compunta civiltà occidentale a lungo aveva disprezzato e condannato. Ora invece si è scoperto che la decorazione è una nostra necessità fisiologica, da far entrare nel paniere dei consumi necessari.
Frutti rubati da serre
Tutto questo discorso vale per introdurre adeguatamente Anna Galtarossa ( 1975), veronese, buona esponente di questo trend incalzante, del resto anticipata da altre brillanti protagoniste, come la bolognese Sissi, coi suoi tappeti ricamati intessendo lo scubidù, o con pareti composte di kleenex imbevuti di colore, come trepide farfalle. E anche la Galtarossa erige trofei con tutte le possibili spoglie del folclore, con fiori e frutti rubati da serre, che peraltro stanno tra il naturale e l’artificiale, si tratta per lo più di fiori finti, che non tentano neppure di mascherare questa loro smaccata artificialità, del resto non escono da fioriere o da vasi raffinati, bensì da borsette anch’esse sgargianti di colori sfacciati, tanto per stare nel ramo degli utensili kitsch, da poco prezzo. Insomma, un omaggio alla cultura Pop si ibrida con spunti da biotecnologie avanzate, e c’è pure il ricalco di riti e miti di altre etnie, infatti questi bouquet, questi mazzi di fiori finti spesso si elevano alla dimensione di un totem, capace di divaricare delle ali che a loro volta sono fatte di variopinta maglieria. E c’è pure una valenza insidiosa, per non dire mortuaria, infatti tra tante fronde tripudianti, non di rado si celano dei teschi, oppure sporgono testine che sanno di aborto, di feto, il cui orrore cerca di farsi accettare passando sotto forma di frutto esotico. Siamo in presenza di un gigantesco pout pourri, di un’impresa volta a ibridare tutte le spoglie dell’attualità.