Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Zeroviolenzadonne.it

Villaggi afgani o città dell'occidente sempre di patriarcato si tratta

di Lea Melandri

Il blog di Giuliana Sgrena il 12 aprile ci ha informato che Sitara Achikzai, eletta nel consiglio di Kandahar nel sud dell’Afghanistan ed impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata assassinata da due uomini armati mentre tornava a casa dal lavoro, a piedi. Dove sono quei governi, capi di stato e uomini politici che si sono indignati per la legge che intendeva legalizzare lo stupro da parte dei mariti e perché non mostrano lo stesso sdegno per l'assassinio di una donna politica che vi si è opposta mettendo a rischio la sua vita?

Accanto all’allarme per la crisi economica, la disoccupazione crescente, le manovre dei potenti della Terra per porre un argine alla rabbia dei ceti più colpiti, nelle ultime settimane sono tornate ad occupare un posto non trascurabile questioni che vengono ancora genericamente riferite alla vita personale, alla sfera intima, alla coscienza del singolo, benché sempre più intersecate con le istituzioni della ‘cosa pubblica’. Da un lato, è passata, come sempre, la cronaca pressoché quotidiana degli stupri e degli omicidi in famiglia, con l’unica variante del tipo di parentela che ogni volta lega la vittima all’aggressore. Dall’altro, si è venuto imponendo, per circostanze tra loro apparentemente lontane, un dibattito acceso su leggi e principi costituzionali, parlamenti e Consulte, diritti, libertà delle persone e poteri dello Stato, laicità e imposizioni religiose, garanzie democratiche e consuetudini tribali.

La norma votata dal parlamento afgano, che legalizza, per la minoranza sciita, lo stupro in famiglia e la totale dipendenza della donna dall’uomo, la revisione, in Italia, da parte della Consulta, della legge 40 sulla fecondazione assistita, per quanto riguarda “l’impianto unico e contemporaneo” di “non più di tre embrioni”, il caso di Kante Katadiatou, la donna ivoriana ricoverata per parto all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli e inquisita per “identificazione urgente”, in nome di una clausola del decreto sicurezza non ancora approvato  -ma si potrebbe aggiungere anche la vicenda parlamentare del testamento biologico-, parlano sostanzialmente della violazione di alcuni diritti e libertà essenziali della persona, garantiti, nei Paesi che si considerano ‘civili’ e ‘democratici’, dalle rispettive Costituzioni, e negli altri casi da organismi e convenzioni internazionali. Le reazioni che hanno provocato, i cambiamenti di rotta, le spaccature all’interno di gruppi politici che si pensavano ideologicamente compatti  -i cento deputati del Pdl che si sono espressi contro l’emendamento della Lega, inteso ad abolire il divieto di segnalazione, da parte dei medici, degli immigrati senza permesso di soggiorno-, gli interventi di Fini contro lo “Stato etico”, in difesa della laicità, la decisione del presidente Karzai di congelare una legge fatta per negoziare il consenso della minoranza religiosa più oltranzista, dicono che le vicende essenziali riguardanti la vita nella sua interezza  -il rapporto tra i sessi, la nascita, la morte, la salute, ecc.-, tenute a lungo fuori dalla storia, dai linguaggi e dai poteri pubblici, hanno la forza ‘perturbante’ di una ‘stirpe oppressa’ dalla civiltà, che oggi chiede il conto.
Ma come definire il contesto economico, culturale e politico, nelle sue incomparabili differenze, che oggi, di fronte all’imprevisto, balbetta, si contraddice, attacca e si difende? Se Pierluigi Battista, sul “Corriere della sera” (2 aprile 2009), ha provato a riproporre con poco successo quello che è stato il cavallo di battaglia della destra più vicina al Vaticano  - lo “scontro tra Islam e Occidente” -, questo non vuol dire che le democrazie occidentali e le loro affiliazioni in terre lontane e inospitali non siano tutt’oggi convinte della loro superiorità e unicità, incapaci di interrogarsi su quei residui arcaici, che le rendono così simili alla culture ‘tribali’, su quelle inclinazioni fondamentaliste che ancora confondono religione e politica, legge divina e libertà della persona. Se la contrapposizione tra mondo civile e barbarie appare così netta, se qualcuno, nonostante i casi di violenza quotidiana che lo smentiscono, può ancora parlare di “donne liberate” dell’Occidente, se ci si può illudere che basti schierarsi “in difesa delle donne”, rendere giustizia alle “vittime” identificando di volta in volta l’oppressore con qualcuno che è ‘altro da sé’ - lo straniero, lo psicopatico, il politico in cerca di consenso facile, ecc.-, è perché una barriera, forte del senso comune e di un pregiudizio millenario, ancora avvolge le molteplici, multiformi ‘culture’ create dal dominio maschile, in una maschera impenetrabile di neutralità.
Ma se proviamo a scostare il velo, il paesaggio cambia, il confine tra le città dell’Occidente e i villaggi afgani si fa mobile e impercettibile, i dogmi delle gerarchie vaticane somigliano stranamente ai codici tradizionali della Sharia, la deriva verso lo “Stato etico”, il fondamentalismo religioso, criticato e combattuto dall’Occidente in altri Paesi, appare per quello che è, la prima e l’ultima sponda del patriarcato, il tentativo, di fronte all’irruzione di una ‘preistoria’  - il corpo, la vita personale, il rapporto tra i sessi- mai del tutto addomesticata, di riprendersi un potere antico: il sequestro dei corpi, l’appropriazione della vita dei singoli, la cancellazione di quella conquista inalienabile dell’incivilimento che è l’autodeterminazione, il diritto di ogni persona “a prendere in libertà le decisioni più intime” (Stefano Rodotà). Non è un caso che, nel dibattito che si è acceso intorno a questi temi, si parli ancora esclusivamente di “bioetica”, come se la vita che è stata ridotta a corpo biologico, la persona, a cui si vorrebbero togliere libertà e diritti, non fosse stata, prioritariamente, quella della donna; non è un caso che tutte le vicende di cui si è parlato sopra abbiano come protagonista il sesso femminile  -sia come ‘oggetto’ di violenza che di tutela-, e mai , come ci si dovrebbe aspettare, la consapevolezza e la cultura femminista che, da oltre un secolo, ha cominciato a scuotere i privilegi e le certezze della comunità storica degli uomini.
La legge afgana, che sulla sponda ‘civile’ del mondo ha suscitato tanto sdegno, se si riuscisse a guardarla per la verità ‘domestica’, violenta, quotidiana, e pressoché senza tempo e patria, che porta allo scoperto  - la cancellazione della sessualità femminile, la donna espropriata di volontà ed esistenza propria, sottoposta a un potere di vita e di morte, esclusa dallo studio e da responsabilità pubbliche-, potrebbe finalmente far riflettere sull’unico dominio, quello di un sesso sull’altro, che sfugge alle analisi, e quindi ai cambiamenti, che qualcuno ipocritamente vorrebbe circoscrivere a intoccabili “differenze culturali”, altri al terreno non meno rispettabile e riservato della sfera intima. Al sessismo esplicito, impugnato dai mullah come legge naturale, fa riscontro, per la parentela evidente, l’insignificanza -intellettuale, politica, professionale- in cui sono tenute le donne ‘emancipate’ dell’Occidente, casalinghe, madri, mogli sempre e comunque, o, nel migliore dei casi, ‘conduttrici’ di un discorso unico e privilegiato tra uomini, che occupa ininterrotto da secoli la scena pubblica