Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Repubblica del 20 maggio 2012

La Biennale Donna tra violenza e diritti

di Lea Mattarella



Giunta alla XV edizione, la Biennale Donna di Ferrara quest' anno si interroga su un tema che purtroppo spesso ha a che fare con l' universo femminile. Violence. L' arte interpreta la violenza è il titolo della mostra curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli aperta al Padiglione d' arte contemporanea fino al 10 giugno, che raccoglie sette artiste di provenienza e di generazioni diverse, quasia voler dimostrare che nessun luogo del mondo può essere considerato libero o innocente, e non esiste un tempo in cui si è immuni da soprusi e da sopraffazioni. Nancy Spero, americana, nata nel 1926 e scomparsa nel 2009, è stata una pioniera dei diritti delle donne. Tutta la sua pittura può leggersi come un inno alla conquista di una reale parità dei sessi e come un costante impegno verso una maggiore giustizia sociale. I lavori qui esposti sono leggeri ma potentissimi disegni e stampe su carta che mostrano una sessualità che pare un rito dionisiaco di vitalità sessuale tutto al femminile, ma anche donne legate e inermi. Nello stesso tempo la sua installazione di teste tagliate e sanguinanti rimanda agli orrori di Abu Ghraib, di Guantanamo e della ferocia della risposta americana a un evento terribile come quello dell' 11 settembre. Sul fronte opposto, ecco la violenza del fanatismo islamico, come la vive sulla sua pelle la giovane pakistana Naiza H. Khan che realizza sculture come armature, anche se la loro forma sembrerebbe quella di sottovesti e accessori intimi femminili. Sono corazze che nello stesso tempo proteggono e costringono, coprono e feriscono. Si chiamano Armour Lingerie e sono la visualizzazione della difficoltà del vivere dalla parte di lei in certe zone della terra. Ma non c' è posto in cui ci si può credere assolti; ovunque si è coinvolti come in una celebre canzone di De Andrè. Lo ricorda molto bene Valie Export, artista austriaca, classe 1940 che ha realizzato un' opera davvero sconvolgente: una torre apparentemente bellissima che si riflette su un liquido nero. Ci si accorge dopo un po' che a formare la costruzione così perfetta sono 105 kalashnikov. A quel punto è evidente che tutto quel nero allude al petrolio, la causa principale dell' esplodere dei conflitti e degli interventi armati. Tutto intorno ci sono monitor su cui scorrono immagini della guerra in Iraq e di decapitazioni in Cina. Insomma, anche qui tutto il mondo è paese. L' italiana Loredana Longo, nata nel 1967, ha coperto il pavimento di una stanza con delle mattonelle di cemento su cui sono rimaste come imprigionate 146 camicie bianche bruciate qua e là. Sembrano panneggi classici, ma inquietano come se trattenessero un' assenza: è un omaggio alle 146 operaie morte l' 8 marzo del 1911 nel rogo di una fabbrica a New York. Camminando tra pizzi, lini e merletti feriti ci si rende conto che quella non è solo storia, visto che di lavoro si muore ancora. A rappresentare la performance è una sacerdotessa come Yoko Ono, nata a Tokyo nel 1933, naturalizzata americana: il pubblico infierisce con un paio di forbici sul suo abito, spogliandola, in due serate, la prima del 1965, la seconda del 2003. L' olandese Lydia Schouten ricorda, con un lavoro un po' confuso, l' effetto di violenza ricevuto da un soggiorno a New York. E infine Regina José Galindo, nata nel 1974 in Guatemala lascia che sul suo corpo nudo scorrano i titoli di giornali che documentano le sopraffazioni e i delitti subiti dalle donne nel suo paese. Impossibile restare indifferenti.