Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Repubblica del 24 aprile 2016


Haiku e visioni viaggio nel mondo di Yoko Ono

di Laura Putti

Artista. Moglie. Vedova. Artista. È come un cerchio che si chiude, la mostra che il Museo d'Arte Contemporanea di Lione dedica all'opera di Yoko Ono. La grande retrospettiva assemblata da Jon Hendricks si intitola Lumière de L'aube e, fino all'11 luglio, invade i tre piani del MAC con più di cento opere dal 1952 al 2016, tra installazioni e video, della giovane artista altoborghese che nel 1969 diventò la signora Lennon. Di salute fragile, con i suoi 83 anni, Yoko Ono non ha potuto essere presente all'inaugurazione della mostra. Ma al museo di Lione ha offerto un vagone ferroviario degli anni Quaranta crivellato di proiettili ( Freight train, 2000) per non dimenticare le deportazioni, le guerre, la violenza fatta ai popoli. Il vagone illuminato ad arte e provvisto di colonna sonora è stato trasportato fin nel giardino del MAC e lì resterà a imperitura memoria.

Quando, nel novembre del 1966, il giorno prima della vernice di una sua mostra, Yoko incontra Lennon a Londra, è già un'artista conosciuta nell'ambito dell'arte concettuale. È vicina al movimento Fluxus, ha vissuto negli Stati Uniti per più di dieci anni e dal suo loft di Chambers street a New York è passata la nuova avanguardia americana, da La Monte Young a John Cage, poi Simone Forti, Terry Jennings, Robert Morris. Tutte le arti frequenta la giovane Yoko, ma non dipingerà mai. «Il mio interesse è principalmente nella pittura che si crea nelle vostre teste» riassume in una delle Instructions.

Sono frasi come poesie, haiku che lei scrive a macchina, o fa trascrivere in ideogrammi giapponesi. Sono istruzioni, quasi ordini, perché la signora sa quel che vuole e lo consiglia agli altri. Nel 1964 in Giappone uscirà Grapefruit, il libro che raccoglie centocinquantuno instructions dattilografate, oggi esposte nella retrospettiva di Lione. Artista concettuale, musicista, installatrice, performer: a Lione c'è Yoko Ono a 360 gradi.

C'è una delle sue Half- a- room, stanze con mobili e oggetti tagliati a metà, in questo caso una sala da pranzo borghese; ci sono le immagini di due Cut piece: la prima performance del 1964 a Tokyo e la seconda a Parigi nel 2003, nel corso delle quali il pubblico era invitato a tagliare l'abito che lei, seduta in scena, indossava e a portarsi via i frammenti; c'è il video di "Bottoms" del 1966 sul quale scorrono centinaia di culi sconosciuti. E trecentosessantacinque manifesti con lati b sono affissi nelle toilette del museo e in quelle di bar, ristoranti, cinema e teatri di Lione ( Toilet thoughts, 1997). Quasi un piano del MAC è occupato da Exit del ‘97: decine di casse da morto al centro delle quali cresce un albero. E ancora, contro tutti i conflitti, ci sono tavoli da scacchi con pedine dello stesso colore ( Play it by trust, 1966), con le quali giocava con Lennon nel film Imagine, 1971, proiettato alla mostra. Sono installazioni partecipative: giocate a scacchi, ricomponete il puzzle di cielo spezzettato in un elmetto tedesco ( Helmets ( Pieces of sky) del 2001), prendete il martello e piantate un chiodo, che è poi la performance grazie alla quale John e Yoko si conobbero. Lennon è ricorrente, dai film ai dischi fatti insieme. Ci sono i manifesti che Yoko e John affissero in molte città del mondo nel ‘69 — War is over! ( If you want it) — contro la guerra del Vietnam. Tanto che, sempre nel ‘69, la loro luna di miele divenne un bed-in per la pace, ad Amsterdam e a Montreal. Eccoli lì, a letto vestiti di bianco, cantare Give peace a chance, in Bed peace, un film del 1970.