Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Corriere della sera del 9 maggio 2009

La vedova di John Lennon, 76 anni, l' artista inaugurerà in Laguna una personale. «Un premio coraggioso, molti mi guardano ancora dall' alto in basso»


Io voglio provocare: l' Avanguardia resiste
Parla Yoko Ono, Leone d' oro a Venezia

di Farkas Alessandra


NEW YORK - I raffinati habitué del Café Sabarsky, presso la Neue Galerie della Quinta Avenue - per lo più laureandi, personale dei vicini musei e ricchi europei - restano abbagliati quando Yoko Ono entra, seguita da uno stuolo di assistenti, per andare a sedersi a un tavolino da dove riesce a dominare ogni angolo del locale e ogni loro mossa. Tailleur pantalone beige chiaro, Borsalino scuro e occhiali da sole abbassati sul naso, la 76enne artista giapponese vedova di John Lennon emana un magnetismo carismatico e impenetrabile. Lontana e insieme accessibilissima con quell' aria da cinquantenne palestrata. Tra qualche giorno Ono partirà per Venezia dove il prossimo 6 giugno riceverà, insieme con John Baldessari, il prestigioso Leone d' oro alla carriera dalla Biennale. «Sono onorata, ma anche sorpresa» ribatte sottovoce Ono nel suo forte accento giapponese, nonostante 40 anni d' America. «Premiandomi Venezia lancia un messaggio coraggiosissimo al resto del mondo, dove molti continuano a guardare me e l' avanguardia dall' alto in basso». Non è la prima volta che espone alla Biennale. «L' ultima fu con la mostra Two Rooms, nel ' 93, su invito di Achille Bonito Oliva». Anche allora volò al Lido a titolo personale. «Non potrei mai rappresentare una nazione, perché vengo da troppi posti diversi. Non sono americana o giapponese o europea, ma tutte queste cose insieme». La sua filosofia artistica non è cambiata rispetto a 50 anni fa, quando fu tra i fondatori di Fluxus, il gruppo di artisti d' avanguardia nato all' inizio degli anni Sessanta con l' obiettivo di gettare alle ortiche la tradizione. «Il tempo passa ma l' avanguardia non è cambiata - incalza -. Avanguardia è tutto ciò che espande i nostri orizzonti, sfidandoci e costringendoci a esaminare altre realtà. È provocare, per cambiare il mondo e restare mentalmente integri. È indossare un tailleur formale in un luogo dove sono tutti trasandati o presentarsi in stracci ad un gala. È Caravaggio, Cézanne, Van Gogh». La controversia sull' escalation esponenziale dei prezzi dell' arte non la tocca. «Nessuno si lamenta se il prezzo di case, gioielli e vestiti è troppo alto, ma tutti se la prendono con noi, perché dovremmo essere tutti morti di fame. È un doppio standard assurdo». Pur amando un artista come Cai Guo-Qiang, secondo Ono, «la Cina non è affatto la nuova capitale asiatica dell' avanguardia perché, a differenza dell' innovativo Giappone, i suoi artisti sono più tradizionalisti che di rottura». Alla Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, il prossimo 28 maggio, Ono inaugurerà la sua nuova personale Anton' s Memory: «La vita di una donna - racconta - vista attraverso gli occhi del figlio e della sua debole memoria». Chissà se quel figlio è ispirato al secondogenito Sean, nato a New York City il 9 ottobre 1975, il giorno del 35esimo compleanno del padre. O a Kyoko, avuta dal suo secondo matrimonio col musicista americano Anthony Cox, che dopo il divorzio la rapì facendogliela riabbracciare solo nel 1998. «Ho pensato Anton' s Memory come un lavoro italiano, anzi veneziano - rivela -. L' acqua per noi giapponesi è l' elemento centrale della vita, l' inizio e la fine di tutto. Venezia è la capitale del nostro cuore». Nata in un ambiente privilegiato a Tokyo (figlia maggiore di Eisuke Ono, pianista classico, e Isoko Isuda, erede di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi), l' Italia è uno dei suoi grandi amori di gioventù. «Ho studiato la lirica e una delle mie opere preferite è The telephone di Gian Carlo Menotti. Italiani e giapponesi hanno molto in comune: siamo entrambi pazzi e passionali». Da quando esplose sulla scena newyorchese, nel ' 60, con una serie di provocatori happening nel suo loft a Chambers Street, - tra cui Painting to be Stepped on, una grande tela sistemata in terra che diventava quadro con le orme dei passanti - è trascorso mezzo secolo. Durante il quale si è sposata tre volte, ha perso una figlia e un marito e si è ritrovata a fare i conti con l' astio dei più irriducibili fan dei Beatles, che l' hanno accusata per anni di essere la causa dello scioglimento dei Fab Four. «Sono sempre andata avanti dritta perché l' unica cosa che mi interessa è la mia arte». Nel ' 64 fece scalpore Cut Piece, la performance in cui invitava il pubblico a tagliarle con le forbici lembi di abito fino a lasciarla nuda sul palcoscenico. Seguì Bottoms, una serie di inquadrature di natiche umane di soggetti che passeggiano su di una pedana mobile. Quando inaugurò Cut Piece a Tokyo il pubblico reagì con garbato pudore, mentre a Londra, due anni dopo, la reazione della platea fu così violenta da costringerla a riparare dietro il palco. «Gli inglesi sono un popolo represso - spiega -, quando gliene fornisci l' occasione, si sfogano. Avevano dei preconcetti nei miei confronti: mi consideravano una donna giapponese, cioè una geisha». I pregiudizi erano iniziati a New York dove negli anni Sessanta lavora con John Cage. «Eravamo collaboratori, non ero la sua allieva, come sostengono le biografie solo perché sono femmina. Già allora ero un cane sciolto». E anche il fatto che molti l' additino come la studentessa del padre di Fluxus George Maciunas è falso: «Considerazioni maschiliste» le bolla Ono. Anche se l' etichetta di femminista le sta stretta, Yoko Ono è considerata una delle pioniere del movimento in Giappone. Dopo aver aiutato a tirare avanti la famiglia durante la Seconda Guerra Mondiale, fu la prima studentessa giapponese ad iscriversi alla facoltà di filosofia dell' esclusiva università maschile Gakushuin. «Le donne giapponesi sono forti, indipendenti e ben più liberate di quanto non si creda - dice -, eppure lo stereotipo della geisha sopravvive ancora oggi. Per quanto mi riguarda, non mi hanno perdonato di non essermi voluta sottomettere alla cultura patriarcale». Oggi continua a vivere al Dakota, l' elegante palazzo su Central Park West, dove Lennon venne assassinato l' 8 dicembre 1980, davanti ai suoi occhi. Tutti gli anni, quel giorno, sul grande mosaico Imagine di Strawberry Fields, davanti al Dakota, una grande veglia spontanea si materializza. E ogni 9 ottobre, l' anniversario della sua nascita, l' imponente colonna di luce dell' Imagine Peace Tower - l' ennesima creazione di Ono - si leva al cielo sulla piccola isola islandese di Videy per ricordarlo. «Ho lottato per creare quelle oasi alla sua memoria. Voglio amare tutti quelli che sentono la sua mancanza e che sono tantissimi perché John aveva piantato i semi della speranza e della verità. Quella pianta è cresciuta e le sue radici hanno preso piede in tutto il mondo. Il mio compito è tenerla viva per sempre». Il prossimo 26 maggio, 40esimo anniversario del famoso bed-in per la pace di Montreal, da cui scaturì la registrazione di Give peace a chance, Ono ha in cantiere numerose manifestazioni in tutto il mondo, inclusa l' Italia. «Se John fosse vivo oggi si arrabbierebbe davanti alle guerre e alla violenza. Però userebbe Internet per continuare la sua crociata all' insegna della pace». Ono è ottimista sul futuro. «La natura umana è intrinsecamente pacifica, nonostante la natura violenta della nascita». In una delle sue ultime opere, Coffin Car, Ono chiude il cerchio, affrontando il tema della morte. «Più che una riflessione sulla mortalità, volevo suggerire che la morte rappresenta un semplice cambiamento di forma e materia, un rito di passaggio da una realtà all' altra. Non la temo». La poesia