Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Stampa del 31 marzo 2016

Zaha Hadid: "La natura mi ispira, ma guai a ignorare la forza di gravità"

Riproponiamo un’intervista alla «visionaria» dell’architettura pubblicata nel marzo 2015


Zaha Hadid è morta oggi, giovedì 31 marzo 2016: aveva 65 anni

Alain Elkan                                                                8 marzo 2015

Questa intervista con Zaha Hadid si è svolta alla Royal Academicians’ Room della Keeper’s House alla Royal Academy di Piccadilly, a Londra. Il pubblico è stato generosamente accolto da Charles Saumarez Smith, direttore della Royal Academy. 

Signora Hadid, ha detto che l’architettura non fa per le persone che vogliono una vita facile. Non è così per chiunque voglia eccellere?  

«Ci sono altre professioni difficili, ma l’architettura lo è in particolare, perché la carriera è affidata alle persone con cui si lavora, e questo è il primo ostacolo. Il secondo sono i tuoi clienti». 

Per lei è stato particolarmente difficile perché i suoi progetti sono particolarmente ambiziosi?  

«Il mio lavoro non è nei parametri. Forse perché sono una donna e araba per di più; c’era un certo pregiudizio». 

Lei insegna in importanti università di tutto il mondo, da Harvard a Vienna.  

«Ho sempre pensato che l’insegnamento fosse molto importante. Impari da ciò che insegni e mostri che si possono ottenere risultati al di là di quelle che si pensava fossero le possibilità». 

Cosa insegna?  

«Non credo che si possa insegnare l’architettura: si possono solo ispirare le persone». 

Alcuni studenti vengono a lavorare per lei?  

«Alcuni tra i migliori del mio studio provengono dal programma di Vienna e dalla Architectural Association». 

Ha studiato matematica in Libano. Si può dire un architetto è una miscela di molti talenti? Disegno, ingegneria e diplomazia?  

«Diplomazia! Non è il mio miglior talento! Ricordo quando Rem Koolhaas mi chiese di entrare a far parte dell’Office for Metropolitan Architecture e io risposi: “Solo come socio”. Avevo appena finito la scuola. E mi dissero: “Se sarai un socio ubbidiente”. E io: “No, non ho intenzione di essere ubbidiente” Quella è stata la fine della mia collaborazione!». 

Per lungo tempo lei è stata un teorico. Poi è è diventata un architetto molto produttivo: come è successo?  

«Ho sempre voluto costruire quello che chiamo il progetto teoretico. Il lavoro su carta non è mai destinato a restare solo un disegno, ma ad avere una realtà produttiva». 

Le sue sono forme artistiche?  

«L’architettura è semi-artistica, ma ci si ispira al paesaggio, alla biologia e a tutti gli esseri viventi. Oggi si può essere più ambiziosi: si possono fare grandi esperienze spaziali, ma una cosa che non è cambiata è che abbiamo a che fare con la gravità. Stiamo con i piedi per terra. Ho imparato da un grande ingegnere, Peter Rice, a capire la logica della struttura». 

Rispetto ai grandi architetti del passato, i cui edifici sono arrivati fino a oggi, lei concepisce il suo lavoro come fatto per durare nei secoli?  

«È l’idea di tempo che è cambiata. Il mondo si muove molto più velocemente e a metà del secolo le cose potrebbero cambiare. Non posso fare previsioni». 

Il museo d’arte contemporanea Maxxi di Roma è stato un progetto difficile, date le stratificazioni della città?  

«Penso che Roma sia paralizzata dalla sua storia e quindi ha bisogno di interventi. Mi piace il progetto del Maxxi: ne ricordo ogni linea». 

Ci sono progetti che le piacciono e altri di cui si rammarica?  

«Non ho fatto troppo e quindi non ho rimpianti. Siamo stati fortunati ad avere esperienze diverse, dalla costruzione di un ponte ad Abu Dhabi a un centro per la cura del cancro in Scozia». 

Lei disegna anche mobili: le piace?  

« È divertente: si progetta e nel giro di pochi mesi c’è, a differenza dell’architettura che richiede molto tempo. Una sedia è la cosa più importante, ma non abbiamo ancora fatto una sedia». 

Come inizia a lavorare su un progetto?  

«Un tempo si iniziava con uno schizzo, un modello, un’immagine. Con la tecnologia digitale e visiva la competenza di base è cambiata. Il processo non è più lineare: si va avanti e indietro». 

Il buon senso è una qualità essenziale nel suo lavoro?  

«Per sapere dove sono i limiti, ma, detto questo, penso che sia importante che le città abbiano grandi opere: le città dovrebbero investire in una buona organizzazione spaziale. Di orribili edifici a basso costo se ne vedono fin troppi». 

Traduzione di Carla Reschia