GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 



Elisabeth Strout


I ragazzi Burgess

Fazi 2013 - euro 18.50

recensione di Silvana Ferrari


"Raccontami una storia" chiede la scrittrice all'anziana madre e così in un momento di sconforto il fluire libero delle parole si fa consolazione, lenimento e sollievo e il racconto prende il via liberamente. Scambi veloci di notizie recenti, frammenti di ricordi e immagini del passato immediatamente ricomposti, la riportano alla cittadina delle sue origini, della sua infanzia e giovinezza, al luogo dove avevano vissuto anche i ragazzi Burgess: Shirley Falls.
Con questo espediente, tipico della tradizione narrativa classica, inizia il nuovo romanzo della scrittrice Elisabeth Strout. Che è la storia dei fratelli Burgess, vissuti in quella cittadina del Maine, ma anche, come ormai ci ha abituato nei suoi precedenti romanzi, un quadro di quell'America in cui i valori delle tradizioni dei padri fondatori, della fedeltà agli ideali di un tempo e del rispetto delle origini viene messo alla prova con il nuovo, il diverso, rappresentato in questo caso, da un gruppo di migranti somali perseguitati politici, che scelgono quell'angolo di America come terra dove rifugiarsi. Gli abitanti di Shirley Falls sono persone civili, ma bianchi fino ad allora poco esperti e poco aperti ad altre etnie, fieri della loro separatezza quasi isolana e grati di quella lontananza che li garantisce e preserva dalla promiscuità di città come New York, rappresentate nel loro immaginario pari a fogne di contaminazione.
La scrittrice, che vive lei stessa in una cittadina del Maine dove sbarcarono più di trecento anni fa i suoi antenati, pone alla ribalta, con la sua scrittura sapiente, le storie segrete e nascoste di cui ogni piccolo centro si alimenta e in cui ogni abitante è portatore sia di memorie proprie che di ricordi e pettegolezzi comunemente tramandati. Storie di famiglie, storie di lutti e di tragedie formano la trama di una memoria collettiva in grado di vivificarsi e di trasmettersi, diversamente dalla grande metropoli che tutto risucchia, metabolizza e nulla ricorda.
Per Strout, e non solo per lei, - come per Aimèe Bender, Sue Miller, A.M. Homes, Carol Oates, Anne Proulx, solo per citarne alcune tra la fitta schiera di scrittrici - la provincia americana, le sue cittadine isolate, sono i luoghi dell'inconscio dell'anima, dei traumi rimossi o volutamente nascosti, da cui si fugge in cerca di nuove possibilità, ma a cui è necessario tornare fisicamente o anche solo idealmente per non ripetere gli errori e sanare i dolori del passato.
I Burgess abitavano alla periferia di Shirley Falls in una piccola casa gialla. Il padre, caporeparto nella fabbrica, la madre e tre ragazzi, Jim, Bob e Susan. Una famiglia come tante se la tragedia della morte del padre, non l'avesse posta al centro dell'attenzione pubblica. Di quell'incidente i tre figli, che allora erano bambini di pochi anni, si sentono, per ragioni diverse, tutti colpevoli portandosi dentro, e rielaborando, ognuno secondo il proprio carattere e il proprio vissuto, il trauma di quella morte che segnerà per sempre la loro vita e le loro future scelte.
Jim, tutto esteriorità e rabbia, ragazzo di successo al College, intraprenderà a New York la carriera di avvocato che gli porterà fama e denaro insieme al matrimonio con una donna di una classe sociale più elevata. Bob, il più problematico e infelice, quasi per una volontà inconscia, vivrà barcamenandosi e finendo quasi sempre in situazioni fallimentari o senza via d'uscita. Susan, introversa e insicura, l'unica a essere rimasta a Shirley Falls, dopo il doloroso divorzio dal marito si troverà ad allevare da sola un figlio molto problematico.
Mentre nelle oltre quattrocento pagine del romanzo scorrono le vite dei fratelli Burgess, dei loro amori, odi e rancori, successi e fallimenti, e quelle di coloro che in qualche modo sono stati loro vicini, le mogli e le fidanzate, i mariti, i figli e le figlie, gli amici, gli insegnanti, i compagni - l'affresco di un'intera comunità e di un'epoca - , avvertiamo, come ogni volta alla lettura di un suo romanzo, la capacità di Elisabeth Strout di far nascere dalla sua scrittura un mondo, un frammento di umanità colta nel suo travaglio del vivere, nelle sue dinamiche relazionali, fra sentimenti e i desideri segreti, incapacità di esistere e piccoli spostamenti felici verso una coscienza di sé.



17 settembre 2013

 

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