GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 



Igiaba Scego

La mia casa è dove sono


Rizzoli 2010 - euro 16.50

 

recensione di Silvana Ferrari

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Per puro caso, lei precisa: la sua famiglia, fuggita dalla Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, aveva trovato rifugio in Italia, a Roma, città in cui il padre, uomo politico impegnato nel primo governo democratico del suo paese, aveva soggiornato nella sua giovinezza, negli anni 50-60, 'per frequentare la cosiddetta scuola politica, quella che tutti i quadri dirigenti somali avevano frequentato.'
Nel suo ultimo libro, La mia casa è dove sono, ripercorre i primi venti anni della sua vita. La storia di bambina nera in un paese e in una cultura di bianchi; di italiana trattata da straniera; del suo essere somala e delle sue radici materne e paterne; del suo rimpianto per un paese e una cultura lontani e nello stesso tempo parte della sua carne, del suo respiro e della sua mente. Una doppia appartenenza che la segna dalla nascita, che le è propria come la sua esistenza, ma che necessita costantemente di mappature per rispondere alla più semplice e anche complessa delle domande sul chi siamo.
La bambina Igiaba, che all'asilo e nella prima classe delle elementari non riusciva a parlare e che, senza amicizie, temeva e subiva le continue vessazioni razziste dei suoi piccoli compagni di classe, ha dovuto costruire ed elaborare, in un lungo percorso, la sua identità: l'inizio grazie alla sensibilità materna, che con i suoi racconti sulla Somalia 'voleva farmi capire che non venivamo dal nulla …e ..voleva rendermi orgogliosa della mia pelle nera e della terra che ci eravamo lasciati per forza maggiore alle spalle.' Poi, grazie all'intervento intelligente della maestra che, quasi in un ruolo di mediazione culturale, le diede la possibilità, facendole raccontare le storie materne, di capire il potere della parola, salvandole, per così dire, la vita.
Il ruolo della parola e il ruolo delle storie per capire la propria origine e per dare collocazione alla propria esistenza. La scrittrice nel suo libro prova a darsi le risposte sul suo essere italiana e somala, o come lei si definisce afroitaliana, attraverso la narrazione di storie.'Sheeko sheeko sheeko xariir…Storia storia oh storia di seta': così iniziano le favole somale narratele dalla madre e così inizia la sua narrazione.
Il suo racconto costruisce mappe: luoghi che con il loro carico di storie delle persone che vi hanno vissuto, o che semplicemente sono state di passaggio, creano significati e danno senso alla vita di tutti i giorni; creano comprensione, per chi cerca le proprie radici, ma anche per chi pensa di averle avute come un dato certo, con la nascita; danno forma alle storie personali che tutte insieme creano la Storia.
Sono mappe geografiche, ma anche mappe di sentimenti, di relazioni, di ricordi propri o della memoria di altri. Così viene ricostruita la propria genealogia e quella dei fratelli, quella della madre e del padre e dei loro genitori e così via fino alle origini del tempo.
Nel libro, la descrizione di questi luoghi, ricchi di significati, individuali e collettivi, assume la forma di racconto autonomo, bello di per sé ed estremamente interessante per lo sguardo diverso e nuovo con cui l'osservatrice li rappresenta. Sono per lei luoghi simbolici: il Teatro Sistina a Roma dove il padre, in missione politica in Italia, qualche anno prima dell'indipendenza della Somalia, assistette ad un concerto del suo cantante preferito, Nat King Cole. L'elefantino del Bernini di Piazza della Minerva, con il suo sguardo e la sua irriverenza, le ricordano la Somalia e le origini nomadi della madre, nella cui vita molte mappe sono state ridisegnate. Il luogo vuoto della piazza di Porta Capena, dove un tempo si erigeva in tutta la sua altezza la stele di Axum, di proprietà secondo la leggenda della mitica regina di Saba, la riportano al ricordo del nonno e dello zio paterno. La Stazione Roma Termini, luogo di arrivo e di speranza per molti, luogo per eccellenza di incontro e di chiacchiere, di ritrovo degli esuli somali, è la zona di conquista del fratello, arrivato in Italia già adolescente. Il popolare quartiere di Trastevere: lì, lei e la madre vi si recavano, per cercare aiuti, cibo e vestiti, nei periodi più duri della loro famiglia. Lo Stadio Olimpico dove la sedicenne Igiaba, da tifosa romanista, riusciva ad entrare venti minuti prima della fine della partita per esultare delle vittorie dei suoi eroi, trovando in quel modo e in quel mondo, una sospensione alla propria personale disperazione.
Nel suo viaggio alla ricerca delle sue radici, Igiaba Scego ha cercato di dare le risposte al suo essere contemporaneamente somala e italiana, e dell'avere due lingue madri, 'che mi amano in egual misura', faticosamente conquistate ma sicuramente fonte di impagabile arricchimento: 'Grazie alla parola ora sono quella che sono '.
Una ricerca che in questo periodo di grande cambiamenti sociali ognuna/o forse sente la necessità di fare rispetto alle proprie mappe personali.
Il testo è scritto con energia e semplicità e comunica il desiderio e la volontà sinceri dell'autrice di capire se stessa e di comunicare con gli altri, di essere presente e protagonista nel paese in cui casualmente si è trovata a vivere.


Igiaba Scego è scrittrice e giornalista. Collabora con L'Unità, l'Internazionale e molte altre riviste.

1 gennaio 2011

 

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