GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 



Rosella Postorino


L'estate che perdemmo Dio

Einaudi 2009 - euro 19.00

recensione di Silvana Ferrari


La trama del bellissimo romanzo di Rosella Postorino, giovane autrice alla sua seconda prova dopo La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007), può essere sintetizzata in poche righe. Si parla di una famiglia, madre, padre, due figlie ancora bambine, costretta a fuggire al Nord a causa di legami, raccontati di scorcio nel romanzo, di un loro familiare con le cosche della 'ndrangheta calabrese.
Il romanzo è totalmente pervaso dal dolore causato dallo sradicamento dalle proprie origini, dagli affetti familiari, dalle abitudini quotidiane. E ogni personaggio questo dolore lo sente e lo vive diversamente. Per Salvatore, il padre, la separazione dalla sua terra e dalla propria famiglia d'origine è vissuta come un suo abbandono, un suo tradimento, un modo per salvarsi da solo, lasciando gli altri al loro destino privandoli della sua protezione. Laura, la moglie, che ha spinto per la partenza, avverte la lontananza della sorella e della madre, la perdita della sua casa, delle relazioni quotidiane, ma sente prima di tutto di aver fatto l'unica cosa possibile per salvare il futuro di tutti loro; tutto quello che Salvatore vive come rimorso e senso di colpa, per Laura è ribaltato e visto come segno di coraggio e di responsabilità. In fondo a Laura non manca il suo paese: lei vuole vivere e sa adattarsi alle novità. Per Caterina, la figlia maggiore, di appena nove anni al momento della fuga, è l'abbandono di tutto il mondo che fino a quel momento aveva conosciuto: i suoi pupazzi, i suoi disegni, le sue raccolte di piccoli oggetti, la compagnia dei cuginetti e le loro fantastiche e magiche estati a Nacamarina, piene di colori, di mare, di lunghe giornate trascorse ad esaurire i corpi nei loro giochi favoriti, e poi la sua casa, i nonni e gli zii. Margherita, la più piccola, ha pochi ricordi del passato, aveva solo quattro anni quando se ne vennero via, però di Nacamarina ha il ricordo delle luci della costa di fronte, tantissime come un enorme presepe, che di notte le facevano compagnia. Ora con la sorella deve accontentarsi degli spazi del bilocale in affitto che guarda su una discarica.
Caterina, voce narrante privilegiata, sviluppa i suoi ricordi a partire dalla sera in cui la zia Nuccia se ne uscì con le tragiche parole che segnarono la sorte di tutti loro: 'Chi focu chi 'ndi vinni'. 'Che fuoco che inferno ci è toccato'. Era l' annuncio dell'inizio della loro disgrazia, dell'inizio della guerra con l'uccisione dello zio Saro, fratello di zio 'Ntoni, il camorrista, cognato di Salvatore.
Da quella sera la paura per sé e per i propri familiari sarà la costante compagnia di Caterina che ogni notte pregherà per tutti loro, per la loro salvezza, sperando con l'insistenza delle sue orazioni di far cambiare la storia delle loro vite.
Paura e senso di colpa per una vicenda i cui particolari non conosce, che sfuggono anche alle orecchie attente di una bambina che ascolta i discorsi degli adulti, dai quali non riesce ad avere che parole smorzate, sguardi sfuggenti, storie di cui a malapena può comporre una trama di immagini sfocate. Allora per esorcizzare l'angoscia ricorre al suo mondo segreto, al suo diario su cui scrive poesie, preghiere, canzoni, che diventano rituali magici per invocare la protezione divina.
Scrive anche lettere immaginarie, tranne l'ultima che effettivamente spedisce, a Cesare Casella, il ragazzo sequestrato per un lungo periodo in cambio di un ingente riscatto, e tenuto prigioniero in qualche luogo sperduto delle montagne che lei conosce, meta di gite domenicali con la famiglia. Sente che se pensa a lui intensamente riesce a trasmettergli la sua forza per aiutarlo resistere e a sopravvivere.
Qualcosa di più riesce ad intuire quando anche lo zio 'Ntoni, dopo essere uscito dal carcere, soccombe ad una agguato delle cosche, ma continua a fingere accettando le verità che gli adulti preferiscono farle credere, pensando forse di preservarla dal loro orrore quotidiano. Caterina ha adesso dodici anni, frequenta la scuola media, stila insieme all'amica del cuore lunghi elenchi dei compagni di classe in base al loro aspetto, ma l'immagine di-ragazza-come-tutte-le-altre che si è costruita, frana quando su una panchina del parco trova la scritta 'Caterina = mafiosa camorrista'. Le pare che ogni suo sforzo sia stato vano, di aver inutilmente lottato e che il destino insegua lei e la sua famiglia senza dar loro tregua.
E' il romanzo di uno spaesamento, della sofferenza che provoca la perdita delle proprie radici, della forza necessaria per fronteggiare e per cominciare una nuova vita: la madre e la figlia legate da un rapporto intenso, sono le portatrici del nuovo.

La scrittura di Rosella Postorino, densa, ricca, trasmette una grande forza ed esprime una notevole maturità. Il ritmo, i dialoghi, la sonorità dei periodi, la sensibilità e la profondità nella creazione dei personaggi rendono la sua prosa avvincente, nonostante una certa lentezza dovuta alla ricchezza di dettagli e di emozioni.



20 aprile 2011

 

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