GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 



Anna Banti


Noi credevamo


Arnoldo Mondadori Editore - 1967
Ristampa Oscar Mondadori 2010 - Euro 9.50

recensione di Silvana Ferrari


Dopo aver visto il film di Mario Martone Noi credevamo mi sono sentita incuriosita e spinta alla lettura del ponderoso romanzo di Anna Banti, pubblicato nel 1967, a cui il regista liberamente si ispira per la costruzione di uno dei tre protagonisti, mantenendone anche il bellissimo titolo.
Anna Banti, che ebbe un vasta produzione letteraria e fu conosciuta e diffusamente letta nei primi decenni del secondo dopoguerra, resta purtroppo oggi unicamente famosa per il romanzo Artemisia in cui è rappresentata la figura della pittrice Artemisia Gentileschi, mentre il resto della sua opera sembra essere caduto nell'oblio.


La lettura del suo romanzo mi ha fatto riscoprire e rivalutare la sua scrittura raffinatissima e il suo talento per la rappresentazione di personaggi complessi, inseriti in situazioni storiche dettagliatamente ricostruite e la sua capacità di tenere insieme la tensione per il racconto alla rigorosità storiografica.
Noi credevamo narra la vita di Domenico Lopresti, volutamente e inestricabilmente intrecciata a quella della storia italiana risorgimentale e del periodo postunitario.
Domenico Lopresti, nonno della scrittrice, in prima persona ripercorre la sua storia, dalla nascita in una famiglia di proprietari terrieri decaduti della Calabria, al suo avvicinarsi alla fede dei Fratelli della Giovane Italia, sulle orme del padre carbonaro e fedele seguace di Gioacchino Murat e della Repubblica Napoletana, per la quale aveva perso la vita. Poi le sue imprese come corriere e cospiratore nelle regioni del Sud Italia, fino alla partecipazione ai moti del '48 e l'imprigionamento per dodici anni nelle carceri borboniche di Procida e Montefusco insieme ad altri capi delle varie organizzazioni patriottiche come Poerio e Castromediano.
Una vita tutta dedicata a realizzare gli ideali repubblicani e democratici, di giustizia sociale e di riscatto dalla miseria, dall'ignoranza e dal malcostume delle popolazioni delle sue amatissime terre calabresi e siciliane. Grande ammiratore di Garibaldi, lo segue nell'esaltante impresa dei Mille fino all'aspra e amara delusione dell'Aspromonte, vissuta come un tradimento delle idee per le quali aveva così generosamente speso gran parte della sua vita. Costretto ad accettare il compromesso politico di un'Italia monarchica sotto il giogo dei Savoia, da lui ritenuti non migliori dei feroci Borboni, si ritira in un'esistenza da modesto impiegato pubblico. Ormai uomo maturo, abituato ad una vita solitaria e senza affetti, accetta e ricambia l'amore di una donna gentile, Marietta, con la quale avrà la gioia di diventare padre di tre figli per i quali nutrirà un amore infinito, ma sofferto, carico di presagi negativi per il futuro di un paese guidato da governi ciechi e disinteressati a qualsiasi istanza di rinnovamento e di progresso sociale. Finirà i suoi giorni in una città poco amata, Torino, che sente totalmente estranea, da meridionale lontano dalla sua terra selvaggia, aspra e infelice.
Lucidamente ripercorre il suo passato, i legami con altri patrioti, molti dei quali uccisi negli scontri insurrezionali dallo stesso esercito sabaudo, divenuto italiano, e altri che, dopo le imprese risorgimentali, hanno accettato cariche pubbliche e siedono, occupando posti di potere, al governo o in Parlamento, dimentichi o disillusi e sfiancati da tutto quello per cui avevano consumato duri anni di galera.
Sono descritte con estremo dettaglio le differenze politiche che dividevano il movimento dei patrioti: liberali, monarchici, repubblicani, mazziniani, insurrezionalisti, rivoluzionari, giacobini e carbonari; forti contrasti e conflitti dilanianti che fanno luce sul passato del nostro paese e possono illuminare anche i fatti più recenti della storia italiana, per spiegare da quale complessità e varietà di idee e di disparità economiche, sociali e politiche e d'interesse nasce e viene a formarsi l'Italia. Come non mancano analisi del rapporto tra il popolo e i gruppi di insorti, la distanza fra i cospiratori e i contadini e la gente dei luoghi dove la propaganda viene diffusa, la sentita partecipazione popolare all'impresa garibaldina e i legami del brigantaggio con il potere prima borbonico poi sabaudo.
Un grande affresco corale di caratteri e personaggi maschili descritti nella loro grandezza, nelle loro miserie, nei tradimenti e irresponsabilità, con alcune splendide figure femminili, solitarie e incomprese, vissute con diffidenza dal protagonista: la madre sposata contro la sua volontà ad un uomo inaffidabile, che all'inseguimento delle sue idee la lascia con un carico di sette figli e le proprietà in uno stato di disperata decadenza; la moglie Marietta che ama, ma che disdegna come confidente; la figlia Teresa, che considera indifesa e senza futuro; Florence, moglie di un funzionario, che lo aiuta nella fuga a cui è costretto dopo la sconfitta dell'Aspromonte e di cui mal sopporta l'ingerenza nella sua vita.
Domenico Lopresti ne esce come un eroe romantico, carico di contraddizioni, di ripensamenti, di critiche e di rimpianti, portatore di idee nuove e progressiste, ma anche tutto dentro alla cultura e alla tradizione meridionale soprattutto nel suo codice di costume virile e patriarcale.
Nelle parole finali del romanzo l'uomo disilluso, amareggiato vede nelle idee per cui tanto ha lottato l'unica sua salvezza, come nell'essere stati in tanti, in carcere, e nella lotta a credere in quelle idee. La loro forza e potenza sta in quel 'Noi credevamo…' detto alla fine.

2 marzo 2011