GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 

 

MARGARET ATWOOD

IL CANTO DI PENELOPE
Il mito del ritorno di Odisseo
Rizzoli 2005 - Euro 13

Ci sono personaggi storici o del mondo fantastico delle favole e dei miti che trovano nel nostro immaginario una collocazione così precisa e immutabile che né letture e studi successivi riescono a modificare. A me è accaduto con Penelope: moglie fedele e devota, madre amorosa, grande tessitrice di giorno e disfattrice notturna; so però che la mia statica e superficiale visione non si discosta di molto da detti e proverbi popolari.
Per la collana Rizzoli miti, la scrittrice canadese Margaret Atwood

si assume il compito di raccontare la figura di Penelope - strettamente connessa al mito di Odisseo-, tentando di liberarla, di farla uscire dall'iconografia che così rigidamente la raffigura..
L'autrice lo adempie, lavorando contemporaneamente su due piani che, durante la narrazione, continuamente si sovrappongono: il personaggio - Penelope - tramandato dalle fonti della mitologia classica - l'Odissea di Omero - e il testo, anch'esso un classico, di Robert Graves, - I miti greci -, e la donna, evocata dalla sua particolare sensibilità e intelligenza di narratrice e affabulatrice di storie, che racconta la sua vicenda. E lo fa al di là dell'immaginario a cui tutte noi ci riferiamo quando pensiamo a lei: l'eterna figura della donna moglie fidata e leale, che affronta le sofferenze dell'esistenza e i suoi gravosi impegni, mantenendo un'indiscussa fiducia nel marito (e quindi, leggi, negli uomini e nel loro compito storico).
La scelta dell'Atwood - intercalare la narrazione di Penelope al Coro delle sue dodici ancelle impiccate - nasce dal desiderio che noi ci si ponga due domande, le stesse che lei si è fatta, dopo la lettura dell'Odissea: "che cosa ha portato all' impiccagione delle ancelle e che cosa c'era davvero nella mente di Penelope". Secondo la Atwood è possibile raccontare una storia parallela a quella ufficiale, avendo lei trovato quella narrata dall'Odissea poco logica e credibile. Inoltre, il dare parola a coloro che nella storia, anche del mito, non l'hanno mai avuta, con l'introduzione di un racconto parallelo, quello delle ancelle, di cui si conosce solo il numero e la loro tragica sorte al ritorno di Odisseo, è un interessante espediente narrativo.
E' la stessa Penelope, dall'Ade, voce narrante insieme al Coro delle sue ancelle, a volerci rivelare la verità - ora che non teme più le ritorsioni degli dei e degli uomini -, contro la versione ufficiale, che l'ha voluta 'leggenda edificante. Un bastone con cui picchiare altre donne'. Lo deve a se stessa e promette che lo farà con pazienza, sua grande dote insieme alla determinazione, sfidando il suo attuale stato che la vede priva di corpo e quindi della voce necessaria per farsi sentire.
'Non seguite il mio esempio' mette subito sull'avviso le altre donne, iniziando il racconto e confessando che, pur avendo intuito la furbizia di Odisseo, le sue menzogne, la sua mancanza di scrupoli, aveva cercato di non dare loro peso, per il quieto vivere e anche perché dice: 'a quel tempo credevo nelle soluzioni felici, che si ottengono tenendo chiuse le porte.'
Parla, finalmente, Penelope, partendo proprio dall'inizio: la sua nascita e il tentativo del padre Icario, re di Sparta, di farla affogare; l'indifferenza e l'estraneità della madre, una Naiade, ai suoi problemi; l'infanzia, vissuta nel terrore che il padre potesse ripetere il gesto; l'adolescenza e le prime avvisaglie di quanto poco gli uomini fossero attratti dalla sua intelligenza e molto di più dalle arti seduttive della cugina Elena; fino ad arrivare al matrimonio: come principessa, è stata allevata nella consapevolezza che si tratterà di un contratto in cui lei sarà scambiata insieme a beni, ricchezze e favori, per stringere alleanze e disegnare, con i successori, i futuri regni; però nel matrimonio con Odisseo scopre che la sua rassegnata accettazione lentamente si trasforma in amore, stima e ammirazione: lui è insuperabile nell'arte della persuasione, nel raccontare storie, con la sua voce meravigliosa, e nel controllare il cuore delle persone.
Con lo scoppio della guerra di Troia siamo al periodo più cupo e tragico della sua storia: la solitudine in quel di Itaca, che mai l'aveva ben accolta; la lunga attesa per il ritorno del marito e contemporaneamente il dover provvedere all'amministrazione delle proprietà, intenzionata com'è ad accrescerla per dimostrargli, al suo ritorno, quanto brava è stata; e mentre Odisseo, passati i primi dieci anni a guerreggiare, ne impiega altri dieci per tornare, sempre incontrando nuove avventure e impedimenti, lei è costretta a inventarsi tutte le furbizie immaginabili per tenere a bada i pretendenti, sempre più numerosi, avidi e incalzanti che, più della sua persona, sono bramosi delle sue ricchezze; anche il figlio Telemaco non è dalla sua parte, pensando a un suo possibile tradimento che lo scalzerebbe dall'eredità.
Le sue uniche alleate, in questa lotta per la vita che lei, in solitudine, combatte, sono le dodici ancelle, da lei scelte e addestrate per intrattenere i pretendenti (che in più occasioni usano loro violenza), allo scopo di spiarli, prevedere le loro intenzioni, carpire i loro piani e mantenere il segreto sull'inganno della tessitura del sudario.
Poi il ritorno di Odisseo, la sua vendetta con l'uccisione dei centoventi pretendenti, e anche delle dodici ancelle che, ai suoi occhi, si erano macchiate di tradimento. Siamo giunti al punto: qui Penelope tace, non interviene, non le salva.
Che senso dare a tutto ciò?
La Atwood, in un capitolo del libro, il 24°, intitolato 'Entra il Coro. Una lezione di antropologia', ipotizza che il mito di Penelope, sempre raccontato insieme a quello di Odisseo, sia invece un mito più antico, legato al culto della Grande Madre delle antiche civiltà mediterranee: le dodici ancelle, sono fanciulle devote alla dea Artemide, la dea della luna,vergine implacabile e, come sacerdotesse, celebrano i riti della fertilità, concedendosi ai pretendenti per poi ucciderli immediatamente dopo, (questa potrebbe essere una spiegazione della strage dei Proci) e la loro somma sacerdotessa, incarnazione di Artemide, sia proprio Penelope; l'impiccagione delle ancelle, quindi la loro eliminazione con la morte, rappresenti la fine del potere matriarcale e l'instaurazione del nuovo ordine patriarcale: il capo, Odisseo, avrebbe confermato la propria posizione regale sposando la somma sacerdotessa di nome Penelope.
L'interpretazione è originale, cambia totalmente la prospettiva e la rappresentazione dei personaggi, le loro origini, i loro moventi nella storia, aprendo nuove strade all'interpretazione del mito e ci fa riflettere, inoltre, su come esso sia sempre stato rappresentato nella nostra società.


18 dicembre 2005