grandi lettrici crescono

 

 

 

Elisabeth Gaskell

Ruth

Elliott – 2015 - euro 22

recensione di Silvana Ferrari


Di Elisabeth Gaskell, scrittrice inglese - nata nel 1810 e morta nel 1865 – amica di Charlotte Brontë,  conoscevo alcuni romanzi, Cranford. Il paese delle nobili signore, Nord e Sud, di cui avevo anche seguito l’accurata versione televisiva della BBC, e l’attenta e ricca biografia scritta nel 1857 in memoria dell’autrice di Jane Eyre, La vita di Charlotte Brontë.   Le attribuivo un ruolo di secondo piano inserendola nel novero delle scrittrici cosiddette minori seguendo pedissequamente un canone ancora oggi purtroppo condiviso da gran parte della critica letteraria e solo ultimamente ribaltato dalle studiose ‘femministe’ di letteratura.
Mentre leggevo Ruth, il suo secondo romanzo, scritto nel 1853 e pubblicato  anonimo come il primo, Mary Barton del 1848, che tanto clamore aveva suscitato presso la società dei benpensanti da essere bandito dalle librerie e dalle biblioteche per la realistica descrizioni delle condizioni della classe operaia a Manchester, mi ponevo una serie di domande su chi fosse Elisabeth Gaskell, quale fosse stata la sua vita e le sue relazioni, da dove traesse origine la passione per la  scrittura e l’attenzione per la vita delle donne che così realisticamente riproduceva nei suoi romanzi.


Adottata all’età di quattro anni dagli zii materni, dopo la morte della madre, fino al matrimonio con William Gaskell, visse in un tranquillo paese del Cheshire, nella quiete della campagna inglese, godendo dello stimolante ambiente familiare che la circondava. Gli Holland erano ricchi borghesi imparentati a importanti famiglie e le garantirono un’istruzione solida e non tradizionale; religiosi, membri della comunità unitariana ponevano al centro della loro personale ricerca e della loro pratica un’etica morale attenta alla giustizia sociale. Cosa che si rivelò rilevante per l’educazione della   giovane Elisabeth in quel particolare periodo storico.
Anche il marito proveniva dallo stesso ambiente,  un intellettuale,  un predicatore, un uomo tollerante e lungimirante: sarà lui a suggerirle, quando travolta dal dolore per la morte del figlio di quattro anni, rischiò di cadere in uno stato di perenne e inconsolabile pena, di occupare quotidianamente la mente  con la scrittura. Da qui nacque la scrittrice.
Risiedendo a Manchester e aiutando il marito nei corsi serali e domenicali per gli operai Elisabeth  Gaskell ebbe modo di osservare le trasformazioni sociali ed economiche che i processi di industrializzazione stavano producendo nel paese e fra la popolazione povera.  Proprio nel 1845 a Manchester Engels  scriveva il libro La classe operaia inglese.
La sua educazione, culturale e religiosa, i valori etici e morali che guidavano la sua esistenza non potevano che portarla a descrivere e raccontare il travaglio, la miseria e le sofferenze delle donne  proletarie con cui era quotidianamente in contatto.
E arriviamo a Ruth e ai motivi per cui ne sto scrivendo. Il primo impatto fu di insofferenza. Non sopportavo il linguaggio e la struttura ottocentesca del romanzo,  la figura della giovane Ruth, la diffusa religiosità presente in tutti i personaggi, i toni melodrammatici  dei sentimenti e delle emozioni.
Mi pareva che Ruth come personaggio rientrasse in una specie di archetipo della narrativa ottocentesca:  la fanciulla, orfana e povera, sedotta e abbandonata incinta del suo seduttore, un  libertino, un uomo egoista, guidato dal proprio piacere e infatuato solo  di se stesso,   difeso e protetto da una madre autoritaria. Trovavo l’ingenuità della giovane, che cadeva preda del fascino dell’uomo ricco eccessiva, impossibile da incontrare anche fra le fanciulle della metà dell’Ottocento;  la sua fedeltà poi ad un amore ingannevole, stupida;  la nascita del figlio, come il riscatto da ottenersi attraverso l’esercizio di una sua educazione a modelli di vita integri e probi, una scelta narrativa decisamente idealistica. Come m’infastidiva  il tema del  senso di colpa di cui le pagine del romanzo grondavano, una condanna, un  ostracismo sociale  senza assoluzione e pietà che la povera Ruth avrebbe dovuto subire per tutta la vita  nonostante i cambiamenti avvenuti grazie all’aiuto del reverendo Benson e di sua sorella Faith: un inferno difficile da accettare  per lettori e lettrici contemporanei/e.
D’altra parte, ponendo al centro del suo romanzo il tema della seduzione e delle sanzioni morali e sociali rivolte ad una giovane donna che, orfana di madre  in giovanissima età era stata privata degli insegnamenti di una guida autorevole e amorevole,  Elisabeth Gaskell  parlava di un nodo esplosivo per la società vittoriana, di un qualcosa di indicibile,  la sessualità delle donne  e degli uomini,  e  lo raccontava dal punto di vista di una donna e di una  madre di cinque figlie sfidando il  conformismo e il puritanesimo della società patriarcale dell’epoca. Inoltre l’accento posto sull’assoluta ingenuità e innocenza di Ruth voleva far pesare ulteriormente l’ipocrisia di una società maschile che condannava solo le donne.
Queste le ragioni che mi hanno fatto alla fine apprezzare il suo romanzo.

                                                                                         13 marzo 2016