grandi lettrici crescono

 

 

Jan Elisabeth Watson

La prigione di neve


Fazi 2010 Euro 18.50

recensione di Silvana Ferrari

 

Sull'amore materno, i suoi lati oscuri, ossessivi e patologici molto è stato detto, ma ancora molto è da scoprire e raccontare.
Nel romanzo di esordio, lucidamente inquietante, di Jan Elisabeth Watson,

La prigione di neve, una madre, Mamma, Loretta Hewett, tiene rinchiusi in una casa con le finestre sigillate e ricoperte di carta catramata i suoi due figli, Asta di sette anni e Orion di nove, raccontando loro che nel mondo là fuori è in atto un'epidemia di peste che sta uccidendo l'intera umanità e per le strade i cadaveri sono abbandonati a mucchi.
Li tiene chiusi in un bozzolo protettivo, lontani da qualsiasi contatto con la comunità degli altri esseri umani, al di fuori e al di sopra di ogni norma e legge. E' lei in quella casa a rappresentare la legge, è lei che stabilisce le regole: come deve essere la loro istruzione, la loro educazione, quello che è il bene e il male, ciò che va considerato bello e ciò che è brutto. Lei in quella casa per i suoi figli è tutto: madre, maestra, medico, giudice e intransigente dispensatrice di gioie e dolori. E loro due rispettano sempre i suoi comandi, le sue istruzioni, ben ricordando la volta in cui bruciò nel camino del salotto tutti i giocattoli per punirli di una disobbedienza.
L'unica idea di come sia fatto il mondo e di come vivano gli altri esseri umani è data loro dalle immagini trasmesse da una vecchia TV in bianco e nero, i cui programmi la madre fa risalire ad un'epoca precedente lo scoppio della pestilenza, per rendere plausibile la sua folle messinscena.
Loro l'adorano, perché Mamma è tutto il loro mondo, tutto quello che hanno.
Mamma ha la passione per il cinema muto e sa tutto sulle grandi attrici di quell'epoca: l'ha presa da sua madre - la nonna che loro non hanno mai conosciuto - un'attrice di modeste capacità e con piccoli ruoli, ma con grandi ambizioni; anche Mamma da giovane si era fatta conquistare dal teatro e dalla recitazione e avrebbe intrapreso quella carriera se non fosse stata eccessivamente timida.
Quando lei è di buonumore trascorrono intere serate mettendo in scena vecchi film, con loro tre che recitano tutti i ruoli, e lei che fa splendide imitazioni e racconta uno dei suoi innumerevoli aneddoti sulle sue attrici favorite.
Ogni giorno Mamma va al lavoro - pulisce gli uffici - e li lascia soli a passare l'intera giornata in attesa del suo ritorno. I bambini la trascorrono soprattutto nella camera di Orion che, secondo le diagnosi materne, deve stare molto a letto per le sue svariate malattie; lì organizzano giochi, leggono libri, impegnandosi con tutta la fantasia che riescono a creare. Non trasgrediscono mai gli ordini e le regole impartite perché la amano, anzi la adorano, ne sono affascinati; desiderano sopra ogni cosa le sue attenzioni ed essere da lei amati e lei è una grande affabulatrice: con le parole li avvolge nel suo mondo, creando per loro luoghi fantastici in cui soltanto loro tre possono vivere.
Nulla nel romanzo viene detto su quale trauma o su quale episodio possa aver spinto Loretta Hewett a queste scelte estreme; né molto si sa del marito e padre dei ragazzi, se non qualche frase oscura riportata dai ragazzi su una sua 'entrata in mare'.
Una sera Mamma non torna e Asta e Orion, dopo quasi due giorni senza cibo, trovano il modo di uscire e si ritrovano nel mondo di cui nulla conoscono, se non le immagini televisive, un mondo che li impaurisce e però anche incuriosisce, un mondo dove la parola 'aperto' sulla vetrina di un negozio, per loro, non significa che possono anche entrare senza bussare.
Iniziano le sorprese e le scoperte insieme al disagio, le paure e le angosce, ma anche una specie di orgoglio del loro sentirsi diversi e osservati con occhi particolari: loro due sono i piccoli Hewett rinchiusi nella casa di Bond Brook di cui tanto la TV e i giornali parlano. Inizia anche il difficile e problematico processo di adeguamento alla vita di relazione con gli altri, bambini e adulti: Orion perde la voce smettendo di colpo di parlare, mentre Asta, intrepida voce narrante, più coriacea e resistente, cercherà l'approvazione, l'accettazione ingoiando non poche angherie da parte dei compagni di classe e dei figli della zia presso cui è ospite, non completamente ben accetta.
Il romanzo, un'allegoria sull'amore materno non senza punte di dura e pungente ironia, è ambientato in un'isolata cittadina del Maine nel 1978 e viene narrato come un lungo flash back dalla protagonista Asta.
Sembra in tutta la trama e nei personaggi dominare la frase che fa dire ad un personaggio: 'Forse è meglio per voi se non conosceste nessuno a parte vostra mamma…che l'amore di una madre è una benedizione'.


                                                                                    23 settembre 2010