grandi lettrici crescono

 

 

Terezia Mora

Tutti i giorni

Mondadori 2009 - Euro 22

recensione di Silvana Ferrari


Negli ultimi venti anni l'Europa è stata attraversata da eventi sconvolgenti e drammatici che in alcuni casi hanno provocato il cambiamento dell'assetto di parte dei suoi stati: la caduta del muro di Berlino, la disgregazione dell'Unione Sovietica, il fratricidio delle guerre balcaniche.
La guerra e le sue conseguenze come la scomparsa di alcuni stati, l'emigrazione, lo spostamento di popolazioni, la creazione dei profughi sono l'oggetto di questo romanzo di Terezia Mora, scrittrice di origine ungherese che vive a Berlino dal 1990.
Nel prologo scrive, come premessa e anche come indicazione dei suoi intenti: "E poi non c'è nemmeno bisogno di mentire. la vita è piena di casi terribili e di incalcolabili eventi".
I personaggi non vivono e non agiscono nei luoghi di guerra. Quello che è raccontato avviene successivamente come uno dei suoi effetti e loro sono dei fuggitivi, hanno abbandonato tutto, sono divenuti dei profughi, dei sopravvissuti costretti a muoversi in città sconosciute, a vivere in ambienti miseri, sporchi e affollati da altri come loro, in luoghi della città abbandonati dai residenti che si sono trasferiti nel frattempo in zone meno degradate. Formano un enclave di reietti. Un personaggio così descrive il loro stato: "Gli Stati che vi tenevano stretti con un pugno di ferro vi hanno sputato fuori nel mondo. E adesso vagate in tutte le direzioni della terra, come i semi del tarassaco, e non si sa, dove finirà per atterrare il seme. Qualcuno forse nella terra grassa, qualcuno magari in uno sterco di cane, in un canaletto di scolo, o chissà."
Abel Nema, il protagonista, a tredici anni è abbandonato dal padre che scompare per sempre dalla sua vita e da quella della madre. A diciannove anni, subito dopo l'esame di maturità, dopo aver dichiarato il suo amore all'amico Ilia Bor, con cui per cinque anni ha fatto ritorno a casa dopo la scuola, percorrendo in lungo e in largo le strade della sua cittadina, fugge rifugiandosi a B. (intesa come Berlino), da cui non potrà più andarsene perché, nel frattempo, nel suo paese è scoppiata la guerra e lui è dichiarato disertore.
A B. scopre di avere un talento particolare per le lingue: il suo cervello impara immediatamente di ogni lingua le strutture che ne costituiscono le fondamenta; ottiene una borsa di studio e lavora in un laboratorio dove con cassette e registratori nel giro di alcuni anni si impossessa di dieci lingue. Questo non fa di lui un uomo integrato. Anzi la conoscenza di così tante lingue sembra rinchiuderlo sempre di più nel suo isolamento, conferendogli una condizione di estraneità rispetto a tutto: luoghi, persone, amicizie. Le lingue imparate sono tutte parlate da lui senza accento perché non ne ha acquisito l'anima, mentre della sua lingua madre ha perduto tutto compreso il suo paese di origine, sparito, cancellato dalle cartine geografiche.
Dopo tredici anni vissuti a B., Abel Nema conosce la città come se ci vivesse da poco, si perde continuamente, non ha il senso dell'orientamento, ne riconosce pochi luoghi, tra questi la stazione, suo fedele punto di riferimento; ed è attorno alla stazione che preferisce abitare, in un abbaino che ha come prospettiva i binari e il movimento dei treni.
E' descritto come un uomo alto e magro, con un portamento elegante, capelli neri, occhi chiari bellissimi dallo sguardo che affascina, ma di cui non sembra rendersene conto. Di fatto Abel Nema sembra non essere interessato a nulla. Nulla traspare da lui, nulla sembra toccarlo. Né quando viene derubato, truffato, picchiato nei luoghi dove i miseri e i disperati si radunano e che lui frequenta in una specie di volontà di abiezione e di abbrutimento di sé, né quando è amato, aiutato, curato da persone amiche o di lui innamorate. Lo stesso vale per le sue capacità di comunicazione: quelli che lo conoscono da lui ottengono frasi e risposte composte da non più di cinque parole. Tanta è la sua capacità di comunicazione e comprensione linguistica, tanto poca e ridotta è la sua capacità comunicativa e il suo desiderio di socializzare.
Abel Nema è l'antieroe dei giorni nostri. Un uomo che ha perduto la sua terra, la sua lingua madre e i legami che tengono insieme una vita; è pieno di nostalgia per un paese e una società che non esistono più; vive nel nuovo paese, senza documenti o con documenti non validi, cercando un equilibrio decoroso in un mondo che non gli appartiene, imparando tutte le lingue possibili, studiando i meccanismi che le generano, ma comunque restando ai margini della vita che lo circonda; ha trasformato il suo dolore, la sua disperazione nel nulla, in un vuoto privo di sentimenti e di reazioni.
Tutti i giorni è un romanzo molto complesso e di non facile lettura, per i continui salti temporali e i passaggi non lineari e non consequenziali da un personaggio ad un altro. La scrittura, ricca e articolata, traccia un romanzo dalla struttura poco tradizionale, in cui il linguaggio onirico, visionario e magico prevale in modalità narrative a cui non siamo abituati nel canone della letteratura occidentale.
La scrittrice di origine ungherese scrive in tedesco, una lingua che non è la sua lingua madre e trasferisce nel romanzo non pochi riferimenti autobiografici, ma quello che più l'ha colpita negli anni novanta e di cui vuole esprimere con il suo romanzo la sua testimonianza è la guerra dei Balcani con tutte le devastazioni, le stragi e gli orrori che una tragedia del genere ha comportato per l'Europa intera.


                                                                                              15 giugno 2010