GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 


Grandi scrittrici indiane: Kamala Markandaya - Anita Desai - Mahasweta Devi

 

KIRAN DESAI
EREDI DELLA SCONFITTA



ADELPHI 2007 EURO 19.50

di Silvana Ferrari


Con questo romanzo Kiran Desai

vinse nel 2006 il prestigioso Booker Prize, superando la celebre madre, Anita Desai, a cui l'opera è dedicata, e che a quel premio fu più volte candidata.


Introduce una poesia di Borges, 'Vanteria della quiete', in cui un verso - 'la mia umanità sta nel sentire che siamo voci di una stessa penuria' - è verosimilmente anticipatore delle vite e delle vicende che vi sono narrate.
Non è un romanzo facile, né allettante per le mode culturali occidentali, sempre a caccia di esotismi e sempre pronte a far rientrare la complessità della realtà indiana in schemi riconoscibili e facilmente spendibili.
Siamo nel 1986 a Kalimpong sulle pendici dell'Himalaya, in una zona dai confini incerti, 'lì dove l'India sfuma nel Bhutan e nel Sikkim….lì dove la carta geografica era sempre stata unn gran pasticcio', colpa degli inglesi incapaci di tracciare i confini. Zona abitata da varie etnie periodicamente in rivolta contro lo stato centrale: alternativamente quelle popolazioni di confine, questa volta si tratta dei nepalesi, rivendicano diritti, l'attribuzione di privilegi, di concessioni per una più ampia autonomia, nell'intento, continuo e inarrestabile, come in una scalata fangosa e scivolosa, di prevalere ed emergere dalla miseria, lasciando dietro di sé gli altri; tentativi di fuga da uno stato in cui però sembrano ineluttabilmente destinati a ricadere e sprofondare.
Nella proprietà chiamata Cho Oyu vivono un giudice in pensione, Yemubhai Patel, sua nipote Sai, diciassettenne, e un vecchio cuoco, del quale nel romanzo non viene mai fatto il nome, simbolo di quella classe di servitori invisibili, su cui regge l'andamento dell'economia quotidiana e la cui esistenza, non importando a nessuno, non porta neppure alla loro individuazione come persone. C'è anche un cane, 'più umano che cane', Mutt, un bellissimo esemplare femmina di setter irlandese.
Separato da un oceano, ma le distanze non sono solo geografiche, vive a New York, Biju, il figlio appena ventenne del cuoco, spinto a emigrare dal padre che la miseria anima di un' inesauribile forza fatta di speranza, amore e insopprimibile istinto vitale.
Le vite e i destini dei personaggi tessono un quadro della realtà indiana a quasi quarant'anni dall'indipendenza - ma le stesse considerazioni valgono anche ai giorni nostri, alle celebrazioni dei sessant'anni dall'indipendenza, - illuminando una società che vive una complessità di contraddizioni nella sua organizzazione sociale, nell'economia, nelle tradizioni che la vincolano al passato, nelle spinte alla modernizzazione di un mercato globalizzato.
Le figure giovani quali Biju, Sai e il suo innamorato Gyan sono la rappresentazione contemporanea delle generazioni raccontate da Anita Desai nei suoi romanzi, maggiormente consapevoli di non aver vinto la sfida contro la condanna del proprio paese nell'area del cosidetto 'Terzo Mondo', e meno fiduciosi verso nuovi orizzonti aperti a destini migliori.
Nel confronto fra le vicende vissute dalle due generazioni, il vecchio e il nuovo, la tradizione e la modernità, l'Occidente e l'Oriente rivelano tutta la loro contradditorietà e la difficoltà di una loro immediata comprensione e interpretazione.
Il vecchio giudice Patel per la sua posizione sociale è un privilegiato, ma come la sua casa, un tempo dimora signorile conveniente per un uomo del suo rango, si sta sgretolando rivelandosi in tutta la sua fatiscenza, anche il suo ruolo ormai sta perdendo di autorevolezza e di potere. Nasce in una famiglia non agiata della casta degli agricoltori, ma sarà la sua determinazione, insieme a quella della famiglia avida di un futuro benessere, a permettergli di proseguire gli studi fino alla laurea a Cambridge; gli anni in Inghilterra costituiranno il periodo della sua formazione personale e professionale come funzionario nell'amministrazione dell'Impero Britannico. Sarà straniero in una terra che non lo considera, non lo riconosce; vivrà quegli anni di studio in un isolamento tale da renderlo 'estraneo persino a se stesso'; chiuso in un nocciolo, nella parte più oscura e nascosta di sé, per rifugiarsi dalla paura, dal terrore che il contatto, l'approccio con gli altri gli provoca. Lo straniamento lo accompagnerà per il resto della sua vita, insieme ad un odio crescente per il genere umano inducendolo a sbarrare le porte agli affetti, alla socialità, mantenendo separati anche i suoi stessi pensieri: straniero nella sua stessa terra, fra la sua gente e con se stesso.
Sai vive a Cho Oyu dall'età di otto anni, dalla morte di entrambi i genitori, periti in Russia in un incidente. Nella sua cartella, al collegio cattolico di Dehra Dun dove era convittrice, il giudice Patel risultava come, nonno materno, unico parente,: 'In un paese così ricco di parenti, Sai conobbe la penuria'. Attorno a lei non ci sono coetanei; i vicini del giudice sono zio Potty e il suo amico padre Booty, e con Noni e Lola, due anziane sorelle di Calcutta, rappresentano le ultime retroguardie di quegli inglesi che affascinati dalle bellezze dei paesaggi himalayani avevano deciso di restare dopo il ritiro dei loro compatrioti; due principesse afghane in esilio e infine la signora Sen che aveva la figlia in America. E' facile immaginare che in questo deserto di relazioni nasca potente e romantico l'amore per Gyan, uno studente universitario nepalese, suo insegnante di matematica. Il grande desiderio della giovane è viaggiare e quando attorno a lei tutto sembra crollare con la fine dell'amore e il tradimento di Gyan, con i disordini provocati dai ribelli e lo sconvolgimento dei riti e delle abitudini quotidiane, sente nascere sempre più forte la determinazione di andarsene: 'Doveva gettarsi nel futuro con qualsiasi mezzo, oppure sarebbe rimasta intrappolata per sempre in un luogo dove il tempo era già trascorso.'
Biju, nonostante le preghiere e gli auspici paterni, a New York; vive un'esistenza innominabile. Cambia lavoro e alloggio di continuo - 'la classe ombra è condannata a muoversi in continuazione' - ; condivide con un esercito di clandestini il lavoro nei fetidi scantinati dei ristoranti e il sonno in luride cantine, in soffocanti anfratti, in maleodoranti cubicoli affittati da società invisibili a una comunità di invisibili dove 'gli indirizzi e i numeri di telefono non durano'; una moltitudine di disperati aggrappati allo stesso legno che, come naufraghi, condividono lo stesso destino portandosi dietro pregiudizi e rancori delle loro terre. Dopo tre anni in quella terra sente di stare per perdere la propria dignità, il senso della sua umanità. 'La sorte degli indiani all 'estero era terribile e lo sapevano solo gli indiani'. Nel suo cuore aumentano il disagio, l'autocommiserazione e la nostalgia della sua terra, il luogo dove ritrovare la propria dimensione umana. E se ne va da un paese di cui non ha impararato la lingua e da una città di cui non conosce nulla, vista solo dai sotterranei, dai livelli più bassi, nascosti e sordidi.
La realtà descritta è lucidamente impietosa, nessun margine è concesso a sentimentalismi e a rimpianti; è narrata con un linguaggio preciso, tagliente, a volte ironico e a volte lirico, sempre attento a cogliere l'essenza, a dare visivamente l'immagine e gli stati d'animo dei personaggi, a rappresentare gli ambienti e quel paesaggio hymalayano nebbioso, magico, a volte inconsistente nella sua lontananza, dominato dalle cime del monte Kanchenjunga.

7 settembre 2007