GRANDI LETTRICI CRESCONO a cura di Silvana Ferrari

 

 

ORNELA VORPSI

LA MANO CHE NON MORDI


EINAUDI 2007 - EURO 8.80.

recensione di Silvana Ferrari

 

In seguito agli enormi e a volte sconvolgenti cambiamenti che hanno segnato l'Europa negli ultimi decenni può capitare ad una persona di dover fuggire dal proprio paese, dominato da una feroce dittatura, vivere e studiare per qualche anno in un secondo, poi risiedere e lavorare in un altro ancora; può anche capitare di imparare la lingua di questi paesi così bene da riuscire a raccontare le proprie esperienze, ad esprimere i propri sentimenti in una lingua diversa dalla propria lingua madre. Quelle di cui sto parlando non sono le conseguenze del colonialismo ottocentesco sulle società asiatiche e africane, che costrinsero le popolazioni ad assumere come lingua ufficiale la lingua dei conquistatori mettendo in subordine la loro, sono altre vicende, europee. Mi riferisco a quanto accaduto alcuni decenni fa alle scrittrici e agli scrittori provenienti da paesi dell'Est Europa, fuggiti in seguito ai regimi dittatoriali.
Questo successe alla scrittrice Agota Kristof costretta ad imparare e a scrivere in francese abbandonando la propria lingua madre. Questo è capitato a Ornela Vorpsi.


Nata a Tirana nel 1968, fuggita dall'Albania nel '91, stabilitasi a Roma e poi a Milano dove ha conseguito il diploma all'Accademia di Brera, e ora residente a Parigi con il marito italiano; è un'artista che si occupa di fotografia, di videoarte, di pittura e di scrittura.


Con il primo romanzo Il paese dove non si muore mai del 2005 (edito da Einaudi),

scritto in italiano, si era posta all'attenzione del pubblico e della critica ricevendo un gran numero di premi - fra i quali il Grinzane Cavour - e partecipando, come ospite, insieme a numerose scrittrici e scrittori, al progetto La lingua madre promosso dalla Regione Piemonte in concomitanza con la Fiera del Libro di Torino.
Scrittrice decisamente autobiografica, come lei stessa afferma in un'intervista a L'Unità del 23/2/2007: 'Non sono una scrittrice che vive di invenzione pura, ho bisogno quando scrivo di partire da un'esperienza vera', ci dà la testimonianza con le sue parole e la sua scrittura di un'esperienza vissuta da migliaia di altre persone in questi anni. Lo fa con uno sguardo attento alle differenze, - di lingua, religione, - alle credenze, agli usi e costumi, ai pregiudizi e alle superstizioni - e in particolare sempre pronto a sottolineare e contemporaneamente a porre al centro il suo essere femminile.
Nel primo libro ci veniva dato, attraverso la voce narrante femminile, dapprima quella di una bambina, poi di un'adolescente e infine di una giovane donna, sempre Ornela anche se con nomi diversi, un quadro della vita nella città di Tirana, nel periodo della tremenda dittatura di Enver Hohxa. Erano brevi scene, ogni capitolo un racconto, che sotto la sguardo attento femminile descrivevano la vita della gente, nella sopportazione della povertà; nel terrore della prigione, nella violenza dei singoli e dello stato sotto l'egida di un patriarcato rappresentato dai mariti, dai fidanzati e dal partito-stato. L'ironia, la messa in ridicolo sono le armi che rendono meno pesante da vivere l'ottusità, la mancanza di libertà, la miseria, la violenza del regime e quella non meno micidiale dei maschi; una dittatura presunta socialista in una società arcaica priva di speranza per il futuro da cui fuggire, come unica possibilità, come farà la famiglia della voce narrante nel finale dell'ultimo quadro.
Nel secondo romanzo La mano che non mordi la protagonista compie il viaggio di ritorno per visitare un amico profondamente depresso. Non si reca a Tirana, ma a Sarajevo; non è la stessa cosa ma la vicinanza si sente: negli odori, nei cibi, nelle facce della gente, nel sapore dell'acqua, in tutto questo e in altro, mai dimenticato. 'L'odore dei Balcani risveglia il passato che fa male. Di nostalgia, d'amore, di rancore, di desolazione, d'impotenza, di lontananza, di vicinanza'. Sente che, in quei luoghi, lei però non può più stare; solo tornare temporanemente, rivivere alcune sensazioni, riprovare a sentire il passato, ma da estranea, come una straniera.
Condannata ad essere straniera nei luoghi tanto amati, da lontano con il pensiero e la fantasia. 'Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. A volte, essere condannati a guardare dal di fuori suscita una grande melanconia….Tu rimani spettatore'. Ma è anche condannata ad essere straniera nei luoghi dove ora risiede e lavora. E capitalista nei luoghi di nascita. Condannata secondo l'amico malato, che è andata a trovare, a diventare verde - 'verde di migrazione. Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria'. Un continuo essere dentro e fuori, partecipe e spettatrice, appartenere e non appartenere, bruciare dal desiderio di tornare, e immediatamente registrare l'impossibilità del restare. Questa è la metafora del viaggio compiuto dalla protagonista: una presa di coscienza amara.
L'esperienza narrata da Ornela Vorpsi è dura, come duro e concentrato è lo stile in cui è raccontata. Ma la durezza e quello sguardo spietato, senza veli ideologici, non è rivolto solo a se stessa e ai suoi sentimenti: è lucidamente puntato sugli occidentali come sui suoi conterranei. Niente è taciuto ed aspre sono le parole con cui è detto.
Come non può colpire il breve ritratto della milanese signora Franca che amava fare beneficenza, 'ma ancora di più amava mostrarlo', o quello del portiere dell'università di Roma che nutriva l'amatissimo cane con succose polpette di carne, o la coda di color marrone-nero dei disperati alla Questura di Milano in attesa di un visto, di un permesso, con in faccia i segni delle umiliazioni, dello smarrimento mentre a fianco passano, senza vederli, i milanesi ben vestiti e profumati di ricchezza.
Nell'altro versante non è meno spietato lo sguardo sulla gente del suo paese: l'aggressività abituale cresciuta insieme alla miseria, il maschilismo arrogante degli uomini, la mente carica di sogni, la presunzione e l'incapacità di affrontare la realtà.
Della Vorpsi artista abbiamo due rappresentazioni delle opere sulle copertine dei suoi due libri. Su entrambe appaiono due ragazze di spalle; la prima ha il titolo 'Lola nella stanza rossa'; nella seconda la ragazza ha due ali dipinte sulle scapole e il titolo 'Le ali di Chiara'. La stessa autrice così spiega: 'dare la schiena significa non dare gli occhi: queste donne riflettono, hanno bisogno di ritrovarsi con se stesse. Sarà il lettore a desiderare, curioso, di vedere la donna di fronte.''

29 giugno 2007
O