Leggere e/o Guardare (a cura di Marcella Busacca)

 

 

ALBERTO BURRI A MILANO

di Ugo Siciliano

Una delle opere più importanti di Burri è il grande Cretto bianco costruito a Gibellina tra l’ottanta  e il novanta e col quale ha coperto le macerie del vecchio paese distrutto dal terremoto. Quella è certamente la più grande, o almeno la più estesa, opera d’arte italiana. Il Cretto suggerisce, attraverso l’immobilità che definisce lo spazio e cristallizza il tempo della catastrofe naturale, una visione dell’eternità somigliante a quella che i grandi artisti classici (penso a Piero della Francesca) rendevano con l’immobilità e la nobiltà della figura umana.
 Burri, nato nel 1915 a Città di Castello, cominciò a dipingere durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era prigioniero negli Stati Uniti d’America. Le sue prime opere, pur se figurative, ricercavano l’essenzialità delle forme tipica dell’arte del Novecento. Poi l’influenza dell’arte americana lo spinse verso una ricerca sui materiali che egli non abbandonerà mai.
Nella mostra di Milano tutte le stagioni della sua evoluzione artistica sono presentate con la giusta evidenza: i suoi famosi sacchi, nei quali i fili rozzi si intrecciano definendo una storia originale della natura e dell’uomo; le plastiche bruciate  che immobilizzano una trasfigurazione della materia;  le grandi architetture fatte di vaste forme realizzate con due o tre colori che danno alla materia una monumentale dignità. Non mancano le foto che ci fanno conoscere altri aspetti della sua arte come le scenografie di spettacoli teatrali.   In una sezione sono presenti grandi foto dei luoghi dove lavorava a Città di Castello e del Cretto di Ghibellina.
La mostra è aperta tutti i giorni, tranne il lunedì dalle 10,30 alle 20,30 al Palazzo della Triennale Viale Alemagna 6 Milano

11 dicembre 2008