Leggere e/o Guardare (a cura di Marcella Busacca)

 

Azar Nafisi "Leggere Lolita a Teheran" Adelphi 2004

di Marcella Busacca

"Nell'autunno del 1995, dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo incarico accademico, decisi di farmi un regalo e realizzare un sogno. Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì per parlare di letteratura."
Così comincia il romanzo autobiografico della scrittrice iraniana che racconta gli ultimi due anni trascorsi nella sua patria prima di ritornare definitivamente in America, dove era stata giovanissima perché il padre era un oppositore politico dello scià. Era rientrata in patria dopo la rivoluzione di Komeini quando ci si era illusi che per l'Iran era cominciata un'epoca di giustizia, ma anche di libertà individuale soprattutto per le donne. Che amara sorpresa ritrovarsi di giorno in giorno sempre più limitate nei propri movimenti, nell'abbigliamento, nell'espressione dei propri desideri e idee! La guerra contro l'Irak durata lunghi otto anni fu la goccia che fece traboccare il vaso: nazionalismo, integralismo e maschilismo portati alle estreme conseguenze. E l'individuazione del grande satana negli Usa! Cosa poteva fare una donna che amava la letteratura americana e sapeva che attraverso essa poteva insegnare ai suoi studenti e soprattutto alle sue studentesse a capire se stessi e gli altri e dell'Occidente prendere il meglio e rifiutare e criticare gli aspetti deteriori, ma in modo costruttivo? Per evitare critiche e contestazioni istruì dei processi sulle opere prese in esame costringendo gli studenti più integralisti a leggerli e a confrontarli con opere della tradizione islamica.
Come spesso accade la crisi scoppiò per il suo rifiuto a voler indossare il chador: in realtà Azar era pronta a farlo, ma a quel punto furono le autorità a pretendere le sue dimissioni. La lettura di Nabokov e Jane Austen insieme alle alunne che frequentavano la sua casa, i dibattiti che ne seguivano, i contatti con i pochi amici rimasti le diedero per un po' l'illusione che poteva sopravvivere scrivendo e lavorando anche se in ristrettezze. Poi la decisione presa col marito di emigrare. "Ho lasciato l'Iran, ma l'Iran non ha lasciato me. Da quando io e Bijan siamo partiti sembra che siano cambiate molte cose. Manna e tutte le altre donne camminano a testa alta o quasi; il velo è sempre più colorato, la veste sempre più corta…."Il libro si chiude con un messaggio di speranza. E' possibile un mondo in cui accanto ai diritti individuali ci sia anche quello all'immaginazione che presume la libertà di circolazione per le idee e soprattutto per le opere di letteratura?

23 giugno 2005