Leggere e/o Guardare (a cura di Marcella Busacca)

 

   

PIERO MANZONI A PALAZZO REALE DI MILANO

di Marcella Busacca

Chissà se sarebbe piaciuto a Piero Manzoni essere esposto a Palazzo Reale di Milano con molte  opere e il pubblico dei visitatori un po’ spaesato tra tanti stimoli e anche qualche incomprensione. I video vengono proiettati solo alcuni giorni: eppure sono importantissimi per comprendere un artista   che si poneva l’obbiettivo di sovvertire lo statuto epistemologico delle arti  e soprattutto della pittura. “Alludere, esprimere, rappresentare, sono oggi problemi inesistenti, sia che si tratti della rappresentazione di un oggetto, di un fatto, di un’idea, di un fenomeno dinamico o no. Un quadro vale solo in quanto è, essere totale; non bisogna dir nulla: essere soltanto".  Il giovanissimo Manzoni cominciò a dipingere in maniera tradizionale: ritratti e qualche paesaggio.

Il passaggio a Brera lo lasciò deluso: altri spazi erano stimolanti, specie quelli dove si discuteva dei cambiamenti che stavano avvenendo in tutti i campi e nelle arti in modo particolare. La frequenza di Fontana, una certa influenza di Burri, lo spinsero verso un modo di dipingere di tipo materico: catrami sparsi sulla tela, ominidi a spasso in terre desolate e poi l’approdo al non colore: gli Acrhome.

Il pittore Porta nel 1959 scrisse: “Il quadro di Manzoni, abolito persino il gusto di dipingere, tende a farsi oggetto, desolata presenza a sé con quella sua materia allucinante (tela e gesso) frazione di un gran vuoto bianco”. I materiali usati per i suoi quadri bianchi sono i più disparati. tela imbiancata e raggrinzita, quadrati di cotone idrofilo, fibre artificiali, lane naturali imbiancate, michette coperte di caolino. Per tutta la sua breve vita Manzoni lavorò sul non colore e le sue possibili  forme.
 Poi la serie delle linee, compresa quella lunga 7200 metri che costruì nella fabbrica di un suo estimatore in Danimarca.

I corpi nudi delle modelle firmate,

il piedistallo su cui il visitatore poteva diventare opera d’arte, il fiato racchiuso in palloncini, le uova firmate con l’impronta dell’artista e offerti al consumo del pubblico; tutto era dato in pasto a chi lo osservava in nome di un bisogno di esprimere il vuoto provocato dal mercimonio dell’arte e così si arriva alla sua opera più celebrata “La merda d’artista”.

Così come si pesava l’oro per stabilirne il valore in rapporto ad altri beni di consumo Manzoni inscatolò le sue feci e le mise  in vendita. L’aveva già fatto con il suo fiato, con le sue certificazioni, le sue linee: tutte tracce più o meno corporee fino all’escremento di cui non si parla mai per decenza. La morte, a meno di trent’anni, chiuse la sua parabola artistica consegnandolo alla storia della cultura italiana come un grande ricercatore, ma anche dissipatore soprattutto della sua vita.

La mostra è aperta fino al 2 6 2014 con i seguenti orari
Lunedì 14,30 -19,30, 
martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9,30-19,30, 
giovedì e sabato 9,30-22,30.

30 aprile 2014